L’angolo di Michele Anselmi

Chi ha seguito le varie stagioni della miniserie western “Yellowstone” sa certamente chi è Beth Dutton, la figlia del patriarca John Dutton: avvocata tosta e sensuale, gran bevitrice e dissipatrice, donna infelice, corteggiata, temuta, piena di cicatrici sulla schiena e nell’anima, che forse ha trovato un po’ di pace tra le braccia di Rip, un rude mandriano della fattoria. L’incarna l’attrice inglese Kelly Reilly, oggi 46enne, bionda, alta e formosa, alla quale, in gioventù, capitò anche di recitare in un film dei fratelli Vanzina, “Ti presento un amico”, e tre anni fa con Pierfrancesco Favino nel poco memorabile “Promises”.
Ieri sera, cercando un film su Paramount+, piattaforma ormai agli sgoccioli e senza più novità, mi sono imbattuto in “Little Wing – Il senso di casa”, 2024, scritto e diretto dal regista sudafricano Dean Israelite partendo da un articolo pubblicato nel 2006 dal “New Yorker”. Una bizzarra storia di formazione, che ha per protagonista una tredicenne un po’ dark, di origine irlandese, che vive a Portland, Oregon, insieme al fratello ormai chiusosi nel mutismo e alla madre detective di polizia, separata dal marito.
Be’, la mamma della piccola Kaitlyn, che finirà nei guai per aver rubato a un vecchio collezionista malato e venduto alla mafia russa per soli 25 mila dollari un raro e prezioso piccione dai riflessi violacei detto “the Granger”, è interpretata appunto da Kelly Reilly. Quasi irriconoscibile, se non fosse per le labbra forse un po’ ritoccate, nella parte di Maddy McKay: occhiali da vista, jeans, felpe e camicie a scacchi, capelli biondi raccolti, viso quasi senza trucco. Il film ha momenti toccanti e divertenti, e certo è costruito al rapporto quasi nonno-nipote che si crea tra il derubato Jaan Vari e la discola Kaitlyn, ovvero Brian Cox e Broklynn Prince.
Ma certo incuriosisce la presenza di Reilly, qui in un ruolo di secondo piano e tuttavia importante, perché racconta la capacità di una brava attrice, così legata ormai a caratterizzazioni sexy, nel liberarsi dal cliché hollywoodiano per aderire, pure cambiando il tono di voce e il modo di muoversi, a un normale personaggio di madre alle prese con la casa da vendere dopo il divorzio.

Michele Anselmi