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Sorpresa: se Mick Jagger fa un mercante d’arte. Rispunta un film del 2019

L’angolo di Michele Anselmi 

Sì, avete visto bene: quello a sinistra nella fotografia è Mick Jagger, in una scena del film “La tela dell’inganno”. Il rocker britannico s’è sempre divertito a fare l’attore, e qui si ritaglia una parte piccola ma gustosa. In verità pensavo che il film del corinaldese Giuseppe Capotondi, classe 1968, visto fuori concorso alla Mostra di Venezia di due anni fa, fosse finito in qualche buco nero, specie dopo la chiusura delle sale causa Covid. Invece un amico marchigiano mi informa che si può recuperare “on demand”, credo a pagamento, sulla piattaforme TimVision, Chili, Infinity, Rakunen e Prime Video Store.
Frutto di una coproduzione Italia-Regno Unito e girato tra Milano e il lago di Como, “La tela dell’inganno” ha un titolo originale diverso, neanche facile da pronunciare e ricordare, cioè “The Burnt Orange Heresy”. Siamo nel controverso mondo dell’arte. L’attore danese Claes Bang, già ambizioso curatore di un museo d’arte moderna in “The Square”, incarna lo squattrinato critico James Figueras, disposto a tutto in questo “racconto intrinsecamente faustiano mascherato da giallo neo-noir” (parole del regista).
Il dilemma in campo è il seguente: quali e quanti limiti morali siamo disposti a oltrepassare per realizzare le nostre ambizioni? Figueras sembra già aver messo da parte ogni scrupolo. Stanco di abbindolare turisti americani per 200 euro a conferenza, giocando sui temi del vero e il falso nell’arte, il giovanotto finisce a letto con una bella americana in vacanza che si chiama Berenice, come la protagonista di un racconto di Poe. Coppia perfetta, si direbbe, almeno per spassarsela un po’. Specie quando Figueras viene invitato nella prestigiosa dimora lacustre da un luciferino mercante d’arte che si chiama Joseph Cassidy, appunto Jagger. Poi c’è il venerabile pittore Jerome Debney, una specie di Salinger della pittura impersonato dal barbuto Donald Sutherland, che vive in un cottage dentro la stessa proprietà e filosofeggia argutamente sul tempo che passa, l’avidità e la natura umana, nascondendo qualche segreto.
C’è un romanzo dell’americano Charles Willeford, che fu giallista e critico d’arte, alla base del film: in Italia fu pubblicato da Bompiani nel 1996 come ”Il quadro eretico”. Ovviamente “The Burnt Orange Heresy”, ossia “L’eresia dell’arancione bruciato”, non significa nulla: trattasi, come sentiamo dire da Debney, di “osso per i critici”; ma noi sappiamo, come teorizza Figueras, che “l’arte non esisterebbe senza la critica, il mio compito è separare le bugie buone da quelle cattive”.
Il film impasta, in una chiave tra smaltata e teatrale, gli ingredienti dell’inganno, delle maschere, della vergogna, dell’avidità. E intanto il clima si fa minaccioso, prima o poi qualcuno farà una brutta fine.
Viene da pensare a certi film di Fabio Carpi e Roberto Andò, anche se Capotondi non rinuncia nel finale a qualche suggestione hitchcockiana.
Il tutto è a tratti un po’ artificioso sul piano stilistico, pure verbosetto, però i 98 minuti passano svelti. Jagger e Sutherland fanno gli istrioni a ruota libera, Bang è ambiguo/meschino quanto basta, la migliore in campo mi pare Elizabeth Debiki, che già si fece apprezzare nella miniserie spionistica di Susanne Bier “The Night Manager”.

Michele Anselmi

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