“Ad Harlem ci sono più chiese che locali notturni”, ebbe a dire una volta Duke Ellington. Ma lo stesso discorso vale per Roma dove ieri, al Teatro Olimpico, si è esibita in una serata indimenticabile la Duke Ellington Orchestra diretta magistralmente da Charlie Young III. Porterebbe via troppo spazio elogiare tutti gli elementi dell’orchestra ad uno ad uno, così come non sarebbe giusto privilegiare l’apporto musicale di un particolare membro rispetto agli altri. Mi limiterò a sottolineare come il pubblico abbia apprezzato la perfetta integrazione tra singoli assolo strumentali e accompagnamento orchestrale corale. Sì, Roma ha risposto alla grande al richiamo del Duca sia in termini di affluenza di pubblico sia per il calore dimostrato dal pubblico durante e dopo il concerto. Per quanto mi riguarda ho coronato il sogno che inseguivo da decenni di assistere all’esecuzione di “Mood Indigo”, il mio pezzo ellingtoniano preferito, da parte della sua orchestra che celebra adesso i cent’anni di attività. A un certo punto, cullato dal suono della sordina wa wa, ho immaginato che il suo fondatore fosse ancora in vita mentre gli ottoni, contrabbasso, batteria e pianoforte spingevano a fondo come ciclisti gregari in fuga. Oltre a “Mood Indigo” il repertorio di ieri ha ripercorso la carriera del maestro alternando grandi classici come “Take the A Train” a episodi meno noti come “Latin American Sunshine” per poi culminare, in conclusione, con una straordinaria “Black and Tan Fantasy”, brano risalente al 1926 nel quale il giovane Duca nato a Washington con il nome di Edward Kennedy Ellington ma da tutti ribattezzato “Duke” dimostrava ormai di padroneggiare in pieno il suo talento di compositore e arrangiatore e si ispirava addirittura, per la creazione del pezzo, alla “Sonata op. 35” di Chopin. Duke nacque dunque a Washington ma è per tutti sinonimo di New York, la città che a cavallo tra gli anni venti e trenta del secolo passato raccolse lo scettro di capitale del jazz lasciatole da New Orleans prima e successivamente da Chicago. Diciamo New York ma più propriamente si dovrebbe dire Harlem, il quartiere che più di ogni altro ha ispirato il Duca, al quale ha dedicato almeno una decina di composizioni a partire da “Harlem Suite” commissionatagli da Toscanini, e sede del celeberrimo Cotton Club in Lenox Avenue dove il 4 dicembre 1927 Duke Ellington inaugurò un sodalizio con il prestigioso locale durato ben 5 anni. Ma non dovremmo pensare alla sua carriera come a qualcosa di granitico. Uno degli omaggi più toccanti della serata di ieri riguarda proprio l’esecuzione di “Caravan” con uno splendido assolo di batteria all’inizio. Un brano dal sapore esotico che sta lì a dimostrare quanto al Duca piacesse sperimentare, ricercare nuove sonorità, nuovi linguaggi per dare un più ampio respiro alla sua parabola evolutiva. È noto come molte delle sue complesse partiture, che avrebbero richiesto ad altri arrangiatori giorni interi di lavoro, venissero trascritte in fretta e furia ai bordi di un menù di ristorante poco prima di entrare in scena. Non poteva quindi mancare ieri sera, nel caleidoscopico viaggio attraverso la musica ellingtoniana, una simpatica versione di “The Flaming Sword” il cui titolo – come ha ricordato Charlie Young III nell’introduzione alla performance – si ispira sia alla Bibbia che allo spiedino del kebab. Dopo le bellissime sensazioni di ieri trasmesse dall’orchestra da lui fondata esattamente cent’anni fa, mi piace fare un gioco di fantasia: pensare che lo spirito di Duke Ellington stia ancora oggi camminando tra le strade e le chiese di Roma. O forse danza, chissà.

Marco Zoppas