L’angolo di Michele Anselmi 

Mentre la Roma può vantarsi di essere l’unica squadra italiana rimasta in lizza nelle Coppe europee, arriva su Sky (da oggi 19 marzo) la miniserie in sei puntate “Speravo de morì prima”. Racconta il finale di partita (calcistico) di Francesco Totti. Enorme, sul piano pubblicitario, l’investimento fatto dalla piattaforma, nel tentativo evidente di conquistare non solo il pubblico dei tifosi romanisti, ma di offrire un prodotto di forza e impianto “nazionali”. Tuttavia ho la sensazione che tra gli abbonati di Sky in molti non saranno così contenti, specie i laziali e gli juventini, ma forse la mia è solo un congettura.
Com’è la serie? Avendo visto solo le prime due puntate, esito a sbilanciarmi, ma si capisce lo stile impresso dal regista Luca Ribuoli, sulla base della sceneggiatura scritta da Stefano Bises con Michele Astori e Maurizio Careddu (producono WildSide con Capri Entertainment). Una forte dose di commedia giovanilistica all’insegna della calata romanesca, che naturalmente procede per sketch, ricordi, flashback, episodi buffi, qualche situazione drammatica o introspettiva, molto “io narrante”; ma soprattutto attraverso le battute a effetto chiamate a chiudere ogni scena con un sorriso, il tutto bombardato da musiche in chiave western, per rendere l’idea della sfida attorno alla quale ruota la ricostruzione: quella tra il trentanovenne “Pupone” che sente vacillare il proprio regno e il ritornato allenatore Spalletti deciso a farsi valere. L’uno, come sapete, è incarnato da Pietro Castellitto, figlio di Sergio, qui un po’ monocorde nel restituire gesti e voce del goleador, ma probabilmente è una scelta; l’altro da Gianmarco Tognazzi, con rallentata cadenza toscana intonata al personaggio. In mezzo c’è la Ilary Blasi di Greta Scarano, ormai in gran spolvero dopo aver fatto perdere la testa al commissario Montalbano.
I patemi d’animo del cosiddetto “Ottavo re” di Roma, cioè il ragazzo generoso e popolare che dal quartiere di Porta Metronia a 24 anni deve trasferirsi nella villona all’Axa, la cosiddetta “California dei calciatori”, per non creare disagi ai vicini, viene restituito con le scaltrezze estetiche tipiche della nuova serialità televisiva. L’agiografia resta, ma è dissimulata, qua e là scartavetrata dagli eventi, fatta emergere puntando sul “fattore umano” di questo campione indiscusso costretto a fare i conti, nel momento della crisi, quando l’età colpisce duro e la forma fisica comincia a franare, con l’epilogo di un cruciale pezzo di vita.
“Ero ancora un re, ma sul trono mio c’era scritto la scadenza” sentenzia Totti dopo essersi presentato a sorpresa, il 21 febbraio 2016, sugli spalti dell’Olimpico per assistere alla partita Roma-Palermo, dopo essere stato escluso dal “mister” un tempo amico e ormai considerato un avversario.
Del resto, la miniserie è trapunta di frasi a effetto, da “Uno può avere la storia più bella del mondo, ma se butti il finale la butti tutta” a “Il dono: questo c’ho io”, passando per “La fine è una parola schifosa, si nasconde come un sorcio”. Il tutto, immagino, per rendere a suo modo epico il ritratto di quest’uomo dallo sguardo a tratti ebete, eternamente adolescenziale, ma capace di interpretare sé stesso – il personaggio amabile oltre che il formidabile calciatore – con lucida determinazione. Nel cast, pieno di partecipazioni, ci sono anche Monica Guerritore e Giorgio Colangeli nei panni rispettivamente della madre Graziella e del padre amatissimo Enzo, morto pochi mesi fa, ucciso dal Covid.

Michele Anselmi