Il signor Gi-hun Seong è un uomo di 47 anni a cui non è rimasto quasi nulla. Non ha beni materiali, se non l’amore per la figlia che rischia di non vedere più. Dopo aver lasciato, dieci anni prima, il suo lavoro da impiegato, Gi-hun ha aperto un ristorante e un bar, entrambi falliti. Divorziato e sull’orlo del baratro, ha cominciato a soffrire della dipendenza dal gioco, illudendosi così di poter guadagnare qualcosa. Indebitato fino all’osso, però, è costretto a firmare un atto di rinuncia ai diritti fisici: deve 160 milioni di won agli strozzini, che gli stanno col fiato sul collo, e altri 255 milioni alla banca. In questa disperata situazione, fa il più strano degli incontri: un uomo cattura la sua attenzione promettendogli un facile guadagno. Da quel preciso istante la vita di Gi-hun cambierà, ritrovandosi a essere uno dei 456 partecipanti a un gioco a prove – sei in tutto – con in palio un’incredibile somma di denaro e delle regole fuori dall’ordinario.

Lo spettatore capisce immediatamente che c’è qualcosa di decisamente poco rassicurante dietro quella strana proposta. A partire dal fatto che tutti i partecipanti hanno in comune l’essere sommersi da debiti e il non avere nulla da perdere. Le premesse ci sono tutte, e quella che doveva essere solo una sfida, si trasformerà in un survival game che non ammette sconti: una delle esperienze più agghiaccianti che i concorrenti (e gli spettatori) avrebbero mai potuto immaginare. Il regista di questa k-serie, Hwang Dong-hyuk, con una certa maestria nell’ideare le sei angoscianti prove che compongono il gioco, il fulcro della storia, costruisce una riflessione sui limiti dell’essere umano e una denuncia della ludopatia dilagante nella società capitalistica. Quest’ultima diventa premessa e conseguenza dell’insaziabile fame di denaro trasferita poi dal regista in una specie di arena della morte.

Particolare riguardo merita la costruzione delle ambientazioni che racchiudono queste arene, tra labirinti e pedane sospese nel vuoto, a decine di metri d’altezza. A rendere le prove ancor più inquietanti è il contrasto tra la loro natura infantile (sono tutti giochi che rimandano alla fanciullezza, con le varie specificità culturali) e il modo cruento in cui sono architettati, la loro posta in palio. La semplicità delle sfide è rappresentata nelle ricorrenti simmetrie e colori pastello, e saprà focalizzare l’attenzione esclusivamente sui partecipanti, personaggi della vita vera mai messi in secondo piano, outsider che abitano i gradini più bassi della scala sociale, disposti a tutto pur di mettere fine alla loro povertà. Non esiste ancora una versione doppiata in italiano di “Squid Game”, il gioco del calamaro, anche se la sola versione sottotitolata non sta scoraggiando la visione del prodotto, che è in prima posizione di moltissime classifiche internazionali Netflix. Una storia cruenta, direttamente dal panorama sudcoreano. Una riflessione cinica su una vicenda in cui la sospensione dell’incredulità dello spettatore sarà assicurata.

Chiara Fedeli