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Dicono che i gatti abbiano nove vite. Aubrey Glazer si diverte a commentare che non ne ha avute ancora nove, ma poco ci manca. In una delle sue passate incarnazioni era un regista cinematografico, prima di imboccare la strada del rabbinato per poi diventare rabbino capo della Congregazione di Beth Abraham in Dayton, Ohio. In gioventù partecipò insieme ai colleghi Atom Egoyan e David Cronenberg al cinema club “The Hart House” presso l’università di Toronto. La sua esperienza culminò nella creazione di un film sperimentale, “Fire on the Water”, distribuito da “v Tape”.
Nel 2017 Aubrey Glazer ha pubblicato “Tangle of Matter & Ghost”, un eccellente lavoro interamente dedicato alla figura di Leonard Cohen. E nel 2019 ha pubblicato “God Knows, Everything Is Broken”, una profonda analisi ricca di dettagli della ricerca religiosa intrapresa da Bob Dylan. Nel 2016 Glazer è stato invitato dal Contemporary Jewish Museum di San Francisco a tenere una conferenza in occasione di una mostra dedicata a Stanley Kubrick. Mi piacerebbe iniziare la nostra conversazione proprio da quel particolare evento.

Aubrey, non sapevo che tu avessi intrapreso una carriera come regista in una delle tue “passate incarnazioni”.
Non ho ancora avuto nove vite, ma certamente ne ho avute un bel po’. Prima di formarmi come rabbino stavo studiando architettura al college. In quel periodo mi ero appassionato ai film di Fellini, Antonioni e dei neorealisti italiani. Proposi di fare un film come tesi finale incentrato sull’iconografia e su come la spazio cinematico si rapporta e contempla lo spazio architettonico. Ma la facoltà rigettò la mia richiesta. Dissi loro che con tutto il dovuto rispetto avrei dovuto lasciare il corso e iniziai a studiare cinema e lavorare sui film. Ma subito dopo aver completato il mio primo lavoro, “Fire on the Water”, ho avuto un momento esistenziale in cui ho dovuto decidere se intraprendere la carriera cinematografica e cercare di affermarmi come autore oppure optare per il rabbinato. E ho optato per il rabbinato. Il mio film era molto influenzato dalla produzione di Peter Greenaway. Io e la troupe eravamo concentrati sulla storia di Genesi 22 dove, come canta Bob Dylan in “Highway 61”, Dio dice ad Abramo di uccidergli un figlio.

Abramo dice a Dio “dove vuoi che avvenga l’uccisione”, e Dio dice “fallo sulla Highway 61”.
Così quella è stata la mia Highway 61. Il testo che ha veramente ispirato il film era stato scritto dal teologo e filosofo esistenzialista danese Søren Kierkegaard. Il libro si chiama “Timore e tremore”, e durante l’intero svolgimento del film abbiamo cercato di rappresentare il sacrificio di Isacco dal punto di vista femminile ponendoci la domanda: cosa avrebbe pensato sua madre?

Il film è ancora disponibile?
Sì, lo si può trovare al link https://vtape.org/video?vi=4275

Parliamo ora della presentazione su Stanley Kubrick che hai tenuto al Contemporary Jewish Museum nel 2016. Nella tua esposizione hai definito Kubrick un “cabalista intuitivo”, cosa che ho ritenuto affascinante.
Grazie. Quando parlo di kabbalah intuitiva vorrei innanzitutto spiegare che il termine non è stato coniato da me. L’ispirazione proviene dalle conversazioni da me avute con Herald Bloom, di venerata memoria, il quale a sua volta nelle sue conversazioni con Gershom Scholem discorreva sulla possibilità dell’esistenza di cabalisti intuitivi. Scholem vi alluse in una delle sue conferenze, penso svoltasi nel 1963, riguardo la possibilità del misticismo ebraico. Si domandò se fosse ancora possibile riscontrare l’esistenza di mistici dopo la conclusione del rinnovamento ebraico chiamato Chassidismo avvenuto in Europa dell’est nel diciottesimo secolo. C’erano ancora dei mistici degni di un tale nome nel ventesimo secolo? Lui si rispose che nella sua prospettiva no, non ce n’erano, ma che esistevano dei mistici intuitivi che non erano necessariamente neppure ebrei, vale a dire che possedevano il dono dell’intuizione, quel tipo di esperienza intuitiva in grado di creare straordinarie visioni simili a quelle dei cabalisti nel periodo medievale del misticismo ebraico. Anche Theodor Adorno ne discorreva con Scholem, ed entrambi condividevano la sensazione che nel periodo moderno esistessero dei cabalisti intuitivi che sapevano sintonizzarsi e attingere a visioni mistiche ma che non erano necessariamente appartenenti o vincolati alle tradizionali fonti ebraiche.

Ma Stanley Kubrick era ebreo.
In effetti l’ho scoperto solo quando il Contemporary Jewish Museum di San Francisco mi ha invitato a parlare in occasione della mostra su Kubrick! Giuro che ignoravo totalmente che Kubrick fosse ebreo nonostante tutte le ricerche che avevo fatto su di lui. Per me è stata una vera e propria rivelazione. Tutto quel tempo a studiare ogni singola inquadratura nei film di Kubrick e non sapevo nemmeno che fosse ebreo. Le sue visioni comunque sconfinano nel misticismo. Kubrick dal mio punto di vista sin dalla sua prima produzione noir fino al suo film di commiato “Eyes Wide Shut” è stato chiaramente interessato al lato oscuro, ciò che chiamiamo il regno delle ombre.

Tu la chiami la “Sita Achra”, l’Altra Parte.
Proprio così. La premessa di base è che il mondo secondo i mistici ebrei si divide in due sfere. Tu puoi scrutare il mondo attraverso uno specchio che splende oppure attraverso uno specchio oscuro, cioè attraverso la sfera del sacro oppure del demonico. A Kubrick interessa soltanto scrutare il mondo attraverso lo specchio oscuro. E questa è la Sita Achra, e io credo lui avesse una particolare sensibilità e capacità nel penetrare a fondo quella sfera con un’incredibile attenzione alle sfumature per indagare a fondo la psicologia umana, una caratteristica in fin dei conti non estranea alle sue radici ebraiche. In ogni caso non credo fosse necessario per lui avere una conoscenza formale della kabbalah mentre si immergeva nella sfera del demonico e del lato oscuro conosciuto come la Sita Achra. Da quando ho fatto quella presentazione alcuni esempi a cui avevo soltanto alluso mi sono diventati sempre più chiari riguardo a una nozione più ampia di ciò che si suppone l’arte ai più alti livelli debba fare e che i maggiori artisti in qualsiasi campo si impegnano a raggiungere. Lo Zohar, il libro più importante della tradizione cabalistica, ne parla nella maniera in cui si fanno offerte all’Altra Parte. C’è una sorta di insaziabile appetito da parte dell’Altra Parte che ha un continuo bisogno di essere nutrito, non importa se ne riconosciamo l’esistenza o meno. In antichità le offerte, nello specifico quelle riguardanti gli israeliti, si concentravano eminentemente sulla figura del capro espiatorio, per esempio nel Giorno dell’Espiazione conosciuto come Yom Kippur nella tradizione ebraica. Levitico 16 parla del rituale originario in cui una capra viene sacrificata e offerta in un rituale di purificazione mentre un capro espiatorio che porta i peccati di tutto Israele viene lasciato andare nel deserto destinato al demone Azazel. E vediamo che lo stesso accade nel rituale babilonese Akītu dove una capra prende il posto di un essere umano. Nell’antichità l’importante era che le offerte venissero sempre fatte per appagare l’Altra Parte, e inevitabilmente sorge spontanea la domanda: è possibile trovare un sostituto? Perché ovviamente il sacrificio umano è immorale, orrendo e profondamente problematico per noi moderni ma nel mondo antico era una faccenda comune: si offrivano i primi frutti agli dei, si dava il primogenito agli dei ma quello che viene sottaciuto e su cui i mistici si soffermano è il fatto che l’Altra Parte ha un appetito insaziabile che deve essere appagato. Così mi sento di affermare che a partire dai testi della kabbalah e arrivando all’opera di Kubrick ci troviamo di fronte all’esempio di un artista incommensurabile interessato a scrutare lo specchio dal lato oscuro e a fare offerte all’Altra Parte dando simultaneamente vita a prodotti artistici di altissimo livello che possono permetterci di imparare qualcosa riguardo a noi stessi.

Durante la conferenza sottolinei come tutti i film di Kubrick siano adattamenti letterari.
Penso che il 90% dei suoi film lo siano.

Come mai?
Perché? È una domanda interessante. Leggeva grande letteratura, che fosse Arthur C. Clarke per “2001: Odissea nello spazio”, Anthony Burgess per “Arancia meccanica” oppure Arthur Schnitzler il cui romanzo Doppio sogno influenzò “Eyes Wide Shut”. Era un uomo colto e di buone letture che vedeva cose notevoli nella sfera della letteratura. Il suo era un cinema epico e penso che sia stata questa caratteristica ad attrarlo verso la grande letteratura. Era un regista epico dotato di una visione panoramica. Alla mostra di San Francisco è stato straordinario vedere di prima mano i progressi tecnologici che lui aveva contribuito a rendere possibili perché la sua visione cinematografica era così vasta che la tecnologia doveva riuscire a stargli dietro in qualche modo. Creò lenti speciali per “Barry Lyndon” o effetti speciali per “2001” perché voleva entrare nello specchio dalla parte oscura ma con estrema chiarezza e precisione. Di conseguenza la tecnologia che ha saputo creare per il cinema è stata incredibilmente pionieristica. Ma penso anche che gli adattamenti letterari derivino dal fatto che contemplando quei capolavori gli venisse voglia di creare delle opere cinematografiche altrettanto epiche, questa è la mia sensazione.

Un altro aspetto da te menzionato è che nei suoi film non c’è mai una via d’uscita, nessuna via di fuga. Fai l’esempio specifico della sala da guerra del Pentagono raffigurata in “Il dottor Stranamore”.
Ritengo ci sia qualcosa di interessante da dire riguardo a questo. Ti senti davvero intrappolato in una specie di labirinto o gioco degli specchi nei suoi film. Più ci si avventura giù nella tana del coniglio in quel posto fatto di oscurità più diventa difficile districarsi da esso. Ritornerei per un attimo all’accenno fatto in precedenza all’insaziabile appetito dell’oscurità per dire che una volta che ci sei entrato essa ti attrae sempre più in profondità finché diventa sempre più difficile liberarsene. L’oscurità ti avviluppa e diventa più arduo trovare una via d’uscita verso la luce. Kubrick descrive tutto questo. Nei miei libri su Bob Dylan e Leonard Cohen sostengo che anche Dylan fa questo. Se parliamo dell’equilibrio tra luce e oscurità direi che per Dylan “non è ancora buio / ma ci stiamo arrivando”. Dylan è avvolto nell’oscurità più completa, nella privazione di luce. Per Cohen c’è una crepa in tutte le cose, ed è così che la luce filtra. La crepa appartiene all’oscurità ma lui vi intravede la possibilità di un frammento di luce. L’ossessione di Kubrick per l’oscurità è invece sulla stessa falsariga di Dylan.

Un’ultima domanda su Kubrick. Secondo te in “Eyes Wide Shut”, il suo ultimo film, Kubrick dimostra “come la vita mondana e la vita onirica siano profondamente intrecciate”. Ti confesso che quando ho visto “Eyes Wide Shut” in sala molto tempo fa gli ho dato un’interpretazione piuttosto superficiale. Il messaggio che ne avevo tratto è che noi pensiamo che la vita sia facile da capire e invece ci sono forze demoniche che agiscono e manovrano i fili. Possono essere massoni come i personaggi potenti che si dilettano in orge nei piani alti, e faremmo meglio a non immischiarci in tali faccende. Meglio starsene tranquilli a casa propria perché non appena il protagonista si ritrova nel mezzo della festa ne succedono di tutti i colori. Così io l’ho visto come un film che in maniera abbastanza diretta lancia un avvertimento: bada a te stesso e non cercare avventure, non andare in cerca di guai. Un’interpretazione abbastanza sempliciotta, lo ammetto. Ma tu ovviamente ci vedi molto di più, strati ulteriori di significato.
Apprezzo quel livello interpretativo. Ritengo sia valido ma penso che ci sia qualcosa di molto più insidioso e complesso in ballo perché la verità è che anche se te ne stai a casa dentro le tue quattro mura e i tuoi occhi sono ben chiusi riguardo a quanto succede non puoi scappare dalla fantasia, dalla dimensione del sogno né dalla forza attrattiva che la Sitra Achra esercita su ognuno di noi. È sempre lì, anche quando cerchi di tenere gli occhi ben chiusi non puoi fare a meno di immaginare e di accedervi a seconda della natura della tua anima. Alcune anime sono più predisposte verso l’oscurità mentre altre hanno la capacità di propendere di più verso la luce. Penso che questo sia un fatto ineluttabile. La prospettiva mistica ebraica su tutto ciò è che è come ritrovarsi in una casa degli specchi. Anche le tue quattro mura sono una casa degli specchi. Non puoi sfuggire alla direzione che gli specchi imprimeranno alla tua casa. Il nodo è in quale direzione tu stai guardando. Kubrick è un maestro dell’illusione e dell’ambiguità. Ciò che risulta così terrificante rispetto al modo in cui il film è stato concepito è che non risulta del tutto chiaro dove termini la dimensione del sogno nel caso del protagonista e dove inizi la sua vita reale. Kubrick ha rappresentato in dissolvenza le scene tra un mondo e l’altro, qualcosa che ha fatto in quasi tutti i suoi film in modo da esplorare lo spazio immaginifico, quello spazio a metà tra l’immaginazione e la realtà sul quale i mistici si soffermano.

Allora il tuo ragionamento implica in qualche modo che è cosa buona e giusta fare offerte all’Altra Parte e omaggiarla obbedendo formalmente ai suoi desideri?
Non direi che è una cosa buona, direi che è necessaria. Se vuoi essere in grado di sopravvivere e di riequilibrare il sistema la prospettiva mistica ebraica ci dice che non c’è scelta. Se il tuo intento è quello di guarire il cosmo e porre rimedio alle fratture interne del mondo e se sei un artista, allora devi imparare a conoscere il sistema nella sua complessità, capire come la sua scheda tecnica funziona sia nel lato oscuro che nel lato della sacralità. Fare offerte dal punto di vista dell’arte va bene soltanto se contribuisce a portare più luce nel mondo e a trattenere le sovrastanti forze demoniche dell’oscurità, se lo scopo è quello di portare guarigione nel mondo. Non direi mai che è una cosa buona se l’intento fosse quello di incrementare l’oscurità e il caos nel mondo. L’obiettivo è quello di prevenire, di placare il male e di portare maggiore luce, bontà, giustizia e compassione nel mondo, ma bisogna nel contempo confondere o placare l’Altra Parte. Talvolta i mistici adottano il termine “confondere”, nel senso che bisogna “confondere” gli angeli della distruzione per permettere agli angeli di luce di agire nel mondo. Questa è una battaglia cosmogonica che sta avendo luogo. Mi segui?

Penso di sì. Devi in qualche modo gestire o trovare un compromesso con il regno dell’oscurità. Hai visto “Shadow Kingdom”, l’ultimo film di Dylan?
Sì, in streaming. Un film-concerto molto duro, avvolto nell’oscurità. Non so se è stato veramente girato a Marsiglia in un qualche locale. Ne ho fatto una descrizione quando è uscito riflettendo sul fatto che lo ha reso disponibile in streaming nel giorno più luttuoso e tenebroso in assoluto del calendario ebraico. Non ricordo che giorno fosse secondo il calendario gregoriano ma ricordo con esattezza che lo streaming è stato inaugurato il giorno 9 del mese di Av, l’anniversario della più profonda oscurità per tutte le catastrofi avvenute nella storia ebraica. Proprio in quel giorno lì Dylan ha deciso di pubblicare Shadow Kingdom su internet. Non penso si sia trattato di un errore. L’ha reso più interessante da guardare e più interessante vedere come la sua musica ancora una volta sia riuscita a veicolare la più profonda oscurità da quel piccolo club marsigliese.

Possiamo parlare del lato luminoso ora?
Esiste un lato luminoso? Dov’è?

Sì che esiste. Lo ammetti tu stesso quando parli della fiammella di speranza che si vede baluginare nell’opera di Leonard Cohen
Sì, c’è un frammento di luce.

Vedi che c’è?
Mi sentirei di suggerire che nonostante la natura maniaco depressiva del suo viaggio spirituale Cohen è sempre stato alla ricerca della luce provando a squarciare la nuvola dell’oscurità, la nuvola dell’inconsapevolezza, per permettere alla sua anima di riemergere verso la una sorgente originaria fatta di luce. Nonostante tutte le sue lotte interiori è sempre rimasto, come dire, disperatamente speranzoso e questo gli ha veramente permesso di diventare un ebreo aperto all’universo, al cosmo. Un ebreo che ha praticato il buddismo con il suo maestro Roshi e che veramente cercava una via per permettere ai frammenti di luce di emergere, che fosse attraverso la scrittura delle sue canzoni, la poesia o la meditazione. “If It Be Your Will”, lo ha ammesso lui stesso, è stato uno dei pezzi più devozionali che mai abbia composto:

E portaci vicini
E fasciaci stretti
Tutti i tuoi figli qui
Nei loro stracci di luce
Tutti tirati a lustro
E poni fine a questa notte
Se è tua volontà
Se è tua volontà
(traduzione tratta da leonardcohen.it)

Ci sta dicendo che attraverso gli stracci di luce si può uscire dall’oscurità. Cosa sono gli stracci di luce? Se ne parla nella letteratura mistica riguardo alla prima coppia Adamo ed Eva nel giardino quand’erano vestiti in indumenti di luce e si conobbero vicendevolmente ad occhi aperti – niente affatto chiusi, ma ben aperti – e quegli stracci di luce si trasformarono in stracci di pelle ed essi divennero umani. L’intento di Leonard Cohen è di recuperare quegli stracci di luce.

Non a caso un famoso album di Leonard Cohen s’intitola “A New Skin for the Old Ceremony” (“Una nuova pelle per la vecchia cerimonia”). Mi fa venire in mente il tuo interessantissimo paragone, durante la conferenza di San Francisco, tra la distorsione dell’Altra Parte e la scimmia antropomorfa che viene prima dell’essere umano. Dobbiamo forse intendere il male come qualcosa di pre-umano?
Sì, c’è qualcosa di primordiale nel male. Ma se fai una carrellata di tutti i personaggi di radicale malvagità in tutto il repertorio di Kubrick – non soltanto in “2001: Odissea nello spazio” dove si torna indietro all’uomo di Neanderthal e si va poi in avanti fino a Hal – tu troverai sempre, che si parli del passato o del presente, che c’è qualcosa di primordiale a proposito dell’ombra da cui non si può sfuggire. In qualche modo questa è l’analogia con la scimmia antropomorfa, il lato oscuro dell’essere umano in qualsiasi stadio o situazione esso si trovi. Non deve per forza trattarsi dell’uomo di Neanderthal. “2001” davvero riesce a catturare questo particolare aspetto, ma lo si vede in tutti i film. Le ombre stanno dappertutto e Kubrick sa immaginare questi posti avvolti nella più profonda oscurità con grande creatività.

Marco Zoppas