L’angolo di Michele Anselmi

Bruno Dumont, regista francese, 66 anni, lo preferisco sul registro drammatico: penso a film come “L’età inquieta” e “L’umanità”. Adesso le star francesi fanno a gara per recitare con lui, da Juliette Binoche a Léa Seydoux, sicché non potevano mancare all’appello Fabrice Luchini e Camille Cottin, co-protagonisti di “L’Impero”, nelle sale da ieri, 13 giugno, con Academy Two. Premiato a Berlino 2024 con l’Orso d’argento, il film è sicuramente originale, trattandosi di una rielaborazione tutta francese di “Guerre Stellari”. Non una parodia, come pure è stata definita, neppure una “rilettura dadaista/surrealista”; semmai una variazione, tra impertinente e spiazzante, su un tema caro a Dumont: l’eterno conflitto tra Bene e Male. Non a caso echeggia questa battuta: “Gli umani sono umani, le loro umane turpitudini li riportano sempre da noi”. Da noi dove?
S’immagina che in placido villaggio di pescatori sulla costa d’Opale, nel nord della Francia, si stia preparando sottotraccia una resa dei conti tra due oscure forze della galassia: gli 1 e gli 0. Entrambi intendono guidare i destini dei terrestri, sia pure con obiettivi diversi: dalla sua astronave a forma di chiesa gotica, tutte guglie, la Regina vuole redimere gli umani dalle loro malvagità; dalla sua astronave a forma di Versailles, tutta giardini e palazzi, Belzebù vuole invece accarezzare i loro peggiori istinti. Poi c’è il Margat, una sorta di Predestinato, ovvero un bimbo biondo e sorridente chiamato Freddy, dagli occhi cerulei, nato dall’incontro tra un guerriero 0, il presunto pescatore Jony, e una ragazza del posto. Lui è il piccolo Satana da proteggere o da neutralizzare in attesa che cresca.
Detta così fa sorridere, lo so. Ma “L’Impero”, titolo che evoca la saga di “Star Wars”, questo è. Tutto si gioca, parlo del piano espressivo/etetico, sul contrasto anche buffo tra la vita serena del villaggio marinaro e la guerra che sta per scatenarsi nelle lande circostanti, mentre il cielo sta assumendo strani colori.
Dice Dumont: “Mi piace il cinema popolare, non è mia intenzione puntare il dito contro gli americani per farli passare da stupidi. Il cinema hollywoodiano ha i suoi punti di forza e i suoi difetti, proprio come quello europeo”. Ecco quindi l’idea di usare gli stilemi della fantascienza epica, tutta effetti speciali visivi, per misurarsi “con temi come la metafisica e la trascendenza” (ancora Dumont), un po’ sul serio, un po’ per gioco.
Nel film ci sono spade laser e teste mozzate, navicelle spaziali e cavalli bianchi, ascese al cielo e inchini insospettati, ma in un contesto di facce squisitamente francesi, con gli alieni che s’annusano e si riconoscono al volo nonostante le sembianze umane, pronti a eliminarsi a vicenda. Ma che cosa succede se gli acerrimi nemici Jony e Jane scoprono di desiderarsi sessualmente e forse di amarsi un po’?
Tra citazioni musicali da “Aria sulla quarta corda” di Bach e strizzatine d’occhio ai cavalieri Jedi, “L’Impero” termina dopo 102 minuti con un laconico/ironico “Questo è tutto”, a suggerire l’impasto tra commedia e avventura; poi ciascun spettatore deciderà se si sia puttanata o genialata questa presunta parabola sul potere e il dominio.
A me pare che Luchini e Cottin fatichino alquanto a muoversi negli abiti carnevaleschi di Belzebù e della Regina, pure a dare spessore ai due sgangherati personaggi; più intonati al clima generale, diciamo tra sberleffo e fumetto, paiono Brandon Vlieghe, Anamaria Vartolomei e Lyna Khoudri, che sono Jony, Jane e la maliziosa Lina.
PS. Le belle scene di sesso riprese da molto lontano, ma con gemiti vicini, sembrano richiamare lo scandalo che Dumont provocò all’epoca di “L’età inquieta”, 1997, quando mostrò un amplesso esplicito, hard.

Michele Anselmi