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“Storia di un matrimonio” sbarca oggi su Netflix. I lucciconi dei critici al Lido

L’angolo di Michele Anselmi

Ricordo critici coi lucciconi all’uscita delle due proiezioni mattutine di “Marriage Story”, scritto e diretto dal cinquantenne regista americano Noah Baumbach, alla recente Mostra di Venezia. Non capita spesso da quelle parti, dove l’ammirazione estetica talvolta oscura la sostanza emotiva dei film in concorso. Ma è altrettanto vero che il cineasta di “Giovani si diventa” costruisce un mix personale tra “Kramer contro Kramer” e “Scene da un matrimonio”, sia pure alla sua maniera divagante e buffa, con affondi amarognoli, a tratti drammatici.
Col titolo italiano “Storia di un matrimonio” il film sbarca oggi, venerdì 6 dicembre, sulla piattaforma Netflix, dopo qualche isolata uscita nelle sale cinematografiche italiane (è piaciuto molto a Nanni Moretti che l’ha tenuto al Nuovo Sacher), secondo un costume ormai consolidato.
Pare che Baumbach abbia riversato nella sceneggiatura alcune sofferenze patite all’epoca del suo tormentato divorzio dall’attrice Jennifer Jason Leigh: una sorta di odissea giudiziaria, tra avvocati esosi e accuse infamanti, che il film reinventa, nella misura ampia dei 135 minuti, cucendola addosso ai due personaggi principali incarnati, benissimo, da Adam Driver e Scarlett Johansson.
“Volevo trovare la storia d’amore all’interno del crollo” spiega il regista. Così è. All’inizio del film non capisci bene perché Charlie e Nicole abbiano deciso di divorziare. Lo spettatore ascolta due lettere che sembrano d’amore, nelle quali ciascun coniuge descrive i pregi dell’altro. Ma sono – bella trovata di sceneggiatura con ricaduta sul finalissimo – scritte per lo psicologo di coppia, e la moglie, al momento del primo confronto serrato, deciderà di andarsene.
Siamo a New York: lui è un sofisticato regista teatrale specializzato in riscritture di classici come “Elettra”, lei un’attrice che anni prima mostrò le tette in una commediola per teen-ager e ora è diventata la musa del marito. Hanno un figlio ancora piccolo, sembrano una famiglia perfetta, invece tutto sta per scoppiare nel peggiore dei modi. Nicole, tornata a Los Angeles per girare una serie tv e vivere col piccolo dalla madre svampita, ingaggia una temutissima avvocatessa; il che costringerà Charlie, distratto e sdrammatizzante, a farsi rappresentare da un legale altrettanto “squalo”. Lo showdown processuale s’avvicina e sarà devastante.
“Marriage Story” sfodera i toni della commedia sentimentale, con qualche accensione addirittura comica (la barzelletta sull’Italia) e una certa audacia verbale in materia di sesso. Ma sotto la torrenziale chiacchiera, assai meditata benché apparentemente spontanea, si affaccia uno struggimento dai riflessi universali, pure toccante. Gli occhi lucidi comprovano.
Ci sono parecchi pezzi di bravura, e certo il feroce corpo a corpo verbale tra i due, nel sottofinale, è di quelli che lasciano il segno; per non dire della canzone “Being Alive” che Driver canta “dal vivo” nella riunione con gli amici newyorkesi trasformandola quasi in una disperata confessione.
Fitto di partecipazioni illustri, da Laura Dern a Ray Liotta, da Alan Alda a Julie Hagerty, il film è di quelli che scavano nella vita di ciascun spettatore e lasciano un piccolo segno.

Michele Anselmi

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