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Strage di Srebrenica: una vergogna che pesa sull’Olanda. Pedro rifà “La voce umana”, belli i titoli di testa e di coda

Il massacro di Srebrenica
pesa ancora sull’Olanda
Pedro aggiorna Cocteau

La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 3

Mi pare difficile che in Italia esca “Quo vadis, Aida?”, nonostante quel titolo depistante. Sarà perché i film sulla guerra civile nell’ex Jugoslavia sono assai respingenti sul piano commerciale, anche quando degni di nota. Come questo che Alberto Barbera ha voluto in concorso alla 77ª Mostra del cinema. L’ha scritto e diretto una regista di Sarajevo, Jasmila Žbanić, classe 1974, che si definisce “una sopravvissuta della guerra in Bosnia”. La storia narrata sembra incisa sulla sua pelle, come una ferita mai rimarginata, anche se le scene di morte sono tenute tutte fuori campo, per evidente scelta stilistico/morale. Si parla del massacro di Srebenica, che avvenne nei giorni successivi all’11 luglio del 1995, quando i “cetnici” filoserbi del generale Ratko Mladić, dopo aver preso la città in teoria “zona franca”, misero in atto una gigantesca operazione di pulizia etnica nei confronti dei musulmani che cercavano rifugio nella vicina base Onu gestita dagli olandesi del colonnello Thom Karremons. Il tutto visto attraverso gli occhi di Aida, una maestra di scuola elementare, con marito e due figli adulti, presa come traduttrice presso quel contingente di “caschi blu”.
Il film si vede con crescente disagio, sapendo come andarono a finire le cose: ufficialmente sono 8.372 le vittime della strage, e ancora poche settimane fa, in occasione del 25esimo anniversario, sono stati ritrovati altri resti umani (furono perlopiù gli uomini ad essere trucidati e sepolti in fosse comuni disseminate qua e là). La cineasta ricostruisce quei giorni cruciali con taglio secco, senza tanti fronzoli. Da un lato c’è il feroce generale Mladić, sicuro di potersi permettere ogni arbitrio grazie ai suoi soldatacci; dall’altro l’inetto colonnello Karremons, mollato anche dal suo governo e alla testa di un branco di ragazzi impauriti: in mezzo quella popolazione affamata, impaurita, rassegnata al peggio.
Diciamo che la ricostruzione, spero accurata, degli eventi si fa perdonare i difetti di stile e di drammaturgia, pure un certo schematismo retorico che si affaccia nel finalissimo ambientato anni dopo. Il paragone tra serbi e nazisti scorre sottotraccia, a ricordarci quanti danni incalcolabili possono provocare l’ignavia, la debolezza e l’indecisione. Già: perché la piccola armata di Mladić non fu bombardata, come promesso, dagli aerei dell’Onu?

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Tutt’altra atmosfera con “Amants”, secondo titolo in concorso della giornata. Porta la firma della francese Nicole Garcia, che da qualche anno ha smesso di fare l’attrice per concentrarsi sulla regia (il suo film precedente, “Mal di pietre”, risale al 2016). Siamo in zona noir sentimentale, quasi una variazione sul tema di “La fiamma del peccato”. Garcia evoca il conradiano “Lord Jim” e mostra una scena di “Rapina a mano armata” di Kubrick, forse a perimetrale il mondo di riferimento. Simon e Lisa sono due parigini giovani e belli che si amano molto: solo che lui spaccia droga in quantità industriali, e prima o poi ci scappa il morto. Per dimenticare “l’incidente”, Simon vola alle Mauritius, dove si rifà una vita lavorando onestamente su una spiaggia; e proprio lì, anni dopo, arriva Lisa che nel frattempo ha smesso di fare la cameriera per sposare un facoltoso assicuratore (?) di nome Léo. Guai in vista, come potete immaginare.
Diviso per capitoli “geografici” (Parigi, Oceano Indiano, Ginevra), “Amants” sarà pure “una favola cupa”, come la definisce la regista, ma rovista nel già visto: la triade “sesso, soldi & destino” ha offerto molto di meglio. Lei, molto carina, è l’emergente Stacy Martin, lui è il già emerso Pierre Niney, il migliore in campo è Benoît Magimel, che fa il riccone innamorato (anni fa la parte sarebbe toccata a Gérard Depardieu).

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C’era naturalmente molta attesa, qui al Lido, per il mediometraggio di mezz’ora che Pedro Almodóvar ha girato velocemente dopo il lockdown, costruendolo interamente sulla presenza carismatica di Tilda Swinton, Leone d’oro alla carriera 2020. Si chiama “La voce umana”, come il celebre monologo scritto da Jean Cocteau nel 1928 e indossato al cinema o in tv da attrici come Anna Magnani, Ingrid Bergman, Sophia Loren (perfino Ornella Muti nella variazione maselliana “Codice privato”). Il gran spagnolo rilegge e aggiorna alla sua maniera, ambientando il tutto in un appartamento “alla Almodóvar” visibilmente piazzato dentro un teatro di posa. La finzione nella finzione. Sotto lo sguardo triste di un cane, in uno sfarfallio di rossi, arancioni e azzurri, un’attrice inglese magra e pallida, non più sulla cresta dell’onda, ingurgita pillole, delira, si lava e si trucca, compra un’accetta, parla nervosamente al telefono in attesa che l’ex amante venga a riprendersi le valigie pronte da tre giorni. Ma c’è davvero qualcuno in ascolto? Trattasi, parola del regista, di “lezione morale sul desiderio”, e certo la musica da mélo hollywoodiano di Alberto Iglesias e la fotografia smaltata di José Luis Alcaine rendono tutto molto elegante. Vediamo il cd di “Kill Bill”, libri di Truman Capote e Alice Munro. La cosa migliore sono i titoli di testa e di coda: con i nomi costruiti usando i più fantasiosi oggetti e utensili da ferramenta. Magari è una metafora. Ma alla fine, al di là del raffinato esercizio di stile, non ti importa granché delle pene d’amore di questa donna molto arrabbiata.

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Molto arrabbiata è anche la coprotagonista di “Night in Paradise”, fuori concorso. Viene dalla Corea del Sud questa cruenta storia di gangster alla Tarantino con romance sentimentale incorporato. La vicenda è piuttosto complicata, infatti il film del 44enne Park Hoon-jung dura 130 minuti. Per sintetizzare: il giovane luogotenente di una gang criminale deve cambiare aria, in attesa di scappare a Vladivostock, dopo aver compiuto un massacro per vendicare la morte di sorella e nipotina. Nell’isola paradisiaca nella quale approda, Tae-gu incontra un bella ragazza, scorbutica e tenera insieme, che spara come l’ispettore Callaghan. Solo che Jae-yeon è malata, sa di dover morire presto. Tra i due si sviluppa uno strano sentimento, mentre i cattivi sbarcano sul posto per accoltellare il fuggiasco. Intessuto di battutine ironiche e di suggestioni paesaggistiche, “Night in Paradise” esagera parecchio col sangue, ma almeno vuoi sapere se qualcuno si salverà.

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