Sound & Vision

Jim Jarmusch è uno dei registi indipendenti più importanti di sempre. Sin dal suo primo cortometraggio, “Permanent Vacation”, una tesi di diploma, il cineasta americano coltiva una poetica personale che renderà inconfondibili i suoi film. Il cinema di Jarmusch è interessato in larga parte ai margini, all’analisi antropologica degli outsiders che popolano, irrequieti, le metropoli statunitensi. Il tempo della narrazione si dilata, cafè e stanze d’albergo diventano il palcoscenico perfetto per l’enfasi che Jarmusch ripone nei dialoghi, nella non-azione. La frenesia non è contemplata dal minimalismo che caratterizza i movimenti della macchina da presa del regista newyorkese, il quale predilige, rispetto ad un montaggio frammentato, lunghi ed immersivi piani sequenza che pedinano i personaggi o introducono scorci suburbani.
È impossibile non parlare della centralità ricoperta della musica nel cinema di Jarmusch se si tenta di analizzarne lo stile. Il regista traspone evidentemente la sua sensibilità da chitarrista nelle sue pellicole, curandone il ritmo come se si trattasse di vere e proprie composizioni musicali. Non è un caso che, in gran parte della sua filmografia, il cineasta componga con la sua band, gli Sqürl, le colonne sonore delle pellicole. La musica della band di Jarmusch si concentra sulla materialità del suono, sulle texture sonore, privilegiando spesso la stasi di distorsione di chitarra rispetto alla forma canzone. Una nuova conferma che la frenesia non appartiene al cinema di Jarmusch. Basti pensare alla soundtrack di “Paterson”, una cartolina ambient che riflette l’identità del protagonista, un sensibile autista di autobus che utilizza la poesia come antidoto all’opprimente quotidianità. Oppure al meno noto “The Limits of Control”, dove un’atipica spy story ambientata in Spagna viene musicata da muri di suono stoner rock e sludge, sonorità care anche ai Boris ed i SUNN O))), presenti loro stessi, non a caso, nella colonna sonora.
Il rapporto simbiotico tra Jarmusch e la musica non si ferma solamente alle colonne sonore originali composte dal regista. È molto più profondo. Si riflette anche nella scelta del cast delle sue pellicole: in “Daunbailò”, accanto ad uno scatenato Roberto Benigni, troviamo nientemeno che Tom Waits ed il jazzista John Lurie, anche autori della soundtrack del film. Il primo appare anche nel romeriano “I morti non muoiono” ed in “Coffee and Cigarettes”, un film costruito da una sequenza di corti, mentre il secondo è addirittura uno dei protagonisti di “Stranger than Paradise”, un road movie ambientato ai margini del sogno americano. Nel già menzionato “Coffee and Cigarettes” compaiono anche Iggy Pop, leader degli Stooges, band a cui Jarmusch dedica il documentario “Gimme Danger”, i White Stripes e RZA, un membro del Wu-Tang Clan e autore della colonna sonora di “Ghost Dog: The Way of the Samurai”. Come se non fossero già abbastanza gli esempi menzionati, in “Mistery Train” ha una parte pure Screaming Jay Hawkins, l’autore della famosa “I Put a Spell On You”, ascoltabile, non a caso, in “Stranger Than Paradise”. Tutto torna.
Le pellicole di Jarmusch, oltre ad essere popolate da reali musicisti, sono anche chiaramente influenzate dal suo incondizionato amore per le sei corde. Il protagonista di “Solo gli amanti sopravvivono” è un vampiro che, guarda caso, è un musicista con un debole per le chitarre elettriche d’epoca: difficile non vederlo come un alter ego dello stesso Jarmusch. Oppure, basti ricordare che in “The Limits of Control” il silente protagonista uccide il suo bersaglio strangolandolo proprio con una corda di una chitarra classica, a lui recapitata dalle mani di altre spie.
Analizzando la filmografia di Jarmusch nella sua interezza colpisce l’eclettismo dei gusti musicali del regista. Il cineasta esplora le notturne sonorità jazz di Lurie e Waits nei suoi primi film come “Mistery Train” e “Stranger Than Paradise”. In “Dead Man”, invece, decide di affidare le musiche alla chitarra distorta di Neil Young per un atipico e metafisico film western. In “Ghost Dog”, un film di vendetta in cui il protagonista è un sicario seguace del codice etico dei samurai, i meticolosi beat hip-hop di RZA colmano la distanza tra la cultura americana e quella orientale. Infine, per la maggior parte delle sue pellicole del Ventunesimo secolo, il regista americano decide di affidarsi alle rarefatte composizioni strumentali della sua band, prima conosciuta come Bad Rabbit, poi con il nome di Sqürl.
In conclusione, come i tassisti di “Night on Earth” si lasciano contaminare dalle storie di passeggeri provenienti da tutto il mondo, Jarmusch riesce a trasporre con naturalezza il calderone postmoderno delle proprie influenze musicali nelle sue pellicole, mediandole, riabilitandole ed infondendogli nuova linfa vitale. Il risultato è una poetica citazionista, ma non per questo pastiche, ed allo stesso tempo estremamente personale. Nel suo modo di fare cinema, non si può affermare che il comparto sonoro sia subordinato a quello visivo. Tutt’altro.

Gioele Barsotti