Con “Strappare lungo i bordi” Michele Rech è riuscito nell’intento, se questo era quello di emozionare, di lasciare il segno e mandare un messaggio ben preciso in soli 90 minuti di visione. Perché Zerocalcare riesce ad esprimersi e ad esprimere concetti emotivamente profondi, difficili, utilizzando le sue inconfondibili raffigurazioni stilizzate (e un po’ punk) della realtà, a cui ha aggiunto la ricchezza delle sfumature della sua voce. La sua arte è anche questo, è movimento e suono. Lui non può – e non dovrebbe – essere incasellato “soltanto” nella dimensione bidimensionale del fumetto: le sue storie prendono vita in una rappresentazione più elettrica e velocizzata della società. Il passaggio dai fumetti al disegno animato era già stato avviato dall’artista con “Rebibbia Quarantine”, il racconto poco convenzionale ed estremamente sincero della quarantena. Ora ci riprova, con una miniserie composta da sei episodi della durata di venti minuti ciascuno.

Presente su Netflix da mercoledì 17 novembre, la serie propone come tematica il viaggio del giovane Zero fino al suo presente, un percorso costellato di difficoltà, crisi, angosce e paure, rappresentate in forma animata. Un mondo interiore che Michele Rech decide, con coraggio e sincerità, di raccontare al pubblico. Ancora una volta lo fa in modo semplice, ma d’impatto: tutti noi possiamo riscontrarci nelle debolezze di Zerocalcare e ridere di lui – e quindi di noi stessi – durante la visione. Ma il momento in cui la risata cessa e lascia spazio alla riflessione è dietro l’angolo, e impatta nella nostra coscienza come il saggio Armadillo (doppiato da Valerio Mastrandrea) fa con Zero. Insomma, lui diventa un rappresentante della debolezza umana, si fa bersaglio dell’opinione del pubblico. Un attimo dopo ci spiazza, e ci fa rendere conto del fatto che quella debolezza in qualche modo ci accomuna.

“Strappare lungo i bordi” è una serie che vuole creare un disturbo, e lo fa già dal titolo che trasmette un disallineamento tra il verbo e il gesto che descrive. Da un lato il richiamo allo strappo, qualcosa di accidentale, imperfetto, fuori dal nostro completo controllo. Dall’altro, il bordo tratteggiato, la strada da seguire, che dovrebbe essere invece dolcemente accompagnato da un taglio di precisione. Il disturbo prende forma non solo nel cosa viene rappresentato, ma anche nel come: la ricchezza di particolari, di voci e di eventi, e la velocità con la quale procede la narrazione rendono difficile una visione chiara e lineare. Lo spettatore si trova dunque immerso in uno stato di caos, che non è accidentale, ma aiuta a raggiungere il climax dell’opera, anticipando la tematica del suicidio. In quel momento la velocità subisce un arresto, tutto appare più chiaro, più calmo. Senza ricorrere a pietismi o cliché, Zerocalcare riesce così ad affrontare una questione tanto delicata in modo empatico e consapevole, utilizzando la sua arte per mostrare un’alternativa a chi crede che non vi siano soluzioni.

Chiara Fedeli