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Stroncato a Cannes, Jim Jarmusch gioca con gli zombi

L’angolo di Michele Anselmi

Sin dai tempi di “La notte dei morti viventi” di George A. Romero, correva non a caso l’anno 1968, gli zombi hanno suggerito, nel loro muoversi scomposto e affamato, qualcosa di fortemente politico. Una metafora del razzismo, del capitalismo, del consumismo, dell’avidità, della guerra in Vietnam, del declino americano… (fate voi). Non si sottrae all’obbligo quel burlone di Jim Jarmusch confezionando il suo “I morti non muoiono”, titolo che funziona meglio, causa spiritosa cacofonia, in inglese: “The Dead Don’t Die”.
Accolto tra stroncature e perplessità al recente festival di Cannes, dove aprì addirittura le danze, l’horror sarcastico esce nelle sale giovedì 13 giugno con Universal, e chissà che il pubblico italiano non si mostri più clemente dei critici sulla Croisette.
Certo Jarmusch ha fatto di meglio, penso al recente “Paterson”, ma consiglio di vedere “I morti non muoiono” con sguardo divertito, perché il gioco appare evidente sin dalla prima inquadratura, in linea con il tono a bassa intensità, da andamento lento, tra freddure consuete, tormentoni verbali e digressioni ilari, sia pure nella devastazioni delle carni. Il regista prende un argomento tornato di moda, grazie all’infinita serie tv “The Walking Dead”, e lo reimpagina a modo suo, con l’aria di usarlo come pretesto per una variazione sul genere, un po’ come fece con “Solo gli amanti sopravvivono” ispirandosi all’estenuante stagione dei vampiri.
C’è una sonnacchiosa cittadina di 728 anime, Centerville, “very nice”, immersa nella campagna americana dell’Ohio. Di colpo le tenebre stentano ad arrivare, si respira una strana aria elettrica e gli animali domestici danno di matto. Dalle tv arrivano notizie contraddittorie: pare che la fratturazione idraulica dei Poli praticato dalle multinazionali abbia spostato l’asse terrestre. Che l’Apocalisse sia alle porte?
“Questa cosa non finirà bene” profetizza il vice sceriffo Ronnie, mostrandosi bene informato su quanto sta per accadere. Infatti, quando due morti viventi appena usciti dalla fossa irrompono nel bar per cibarsi delle due cameriere, salvo poi rubare due caffettiere, il poliziotto, per nulla sorpreso, non ha dubbi: sono zombi, mica bestie selvatiche.
Ed è solo l’inizio della mattanza. Richiamati in vita dal disastro ecologico, i “non morti” cominciano a vagare per Centerville alla loro maniera, sotto lo sguardo neanche troppo preoccupato, direi rassegnato, dei personaggi inventati da Jarmusch: l’imperturbabile sceriffo Cliff, il suo vice Ronnie, l’agente fifona Mindy, l’inquietante becchina Zelda dotata di katana, il razzista Miller con cappellino rosso “Keep America White Again”, un vecchio nero gentiluomo di nome Hank, un commesso fissato con l’occulto soprannominato Frodo, l’eremita Bob, barbuto e capellone, che osserva tutto da lontano, tre “hipster” in gita (?) da Cleveland, tre ragazzi in una specie di riformatorio…
Scandito dalle note soavemente country di una ballata scritta apposta da Sturgill Simpson per il film, appunto “The Dead Don’t Die”, il film poco insiste sui tipici dettagli raccapriccianti, preferendo orchestrare situazioni buffe, con qualche lessa trovatina da meta-cinema, e pervenendo nel finale al messaggio vero e proprio, che si può sintetizzare così: solo sottraendosi alla smania consumistica si può restare umani, dignitosi, pensanti; altrimenti la coazione a ripetere, nel Paese dell’abbondanza, si traduce in cannibalismo vorace, con conseguente “zombizzazione” di un’intera civiltà.
Non so quanto Jarmusch creda davvero all’epilogo moralista, in chiave anti-Trump; di sicuro si diverte a disseminare il suo film di omaggi, strizzatine d’occhio, riferimenti, come quella tomba col nome di Samuel Fuller, le frasi da “Moby Dick”, l’auto Pontiac Le Mans ’68 che fa molto Romero e via citando.
La chiave è un po’ quella della rimpatriata, e infatti nel variegato cast compaiono, oltre ai protagonisti Bill Murray, Adam, Driver e Chloë Sevigny, una schiera di amici del regista: da Iggy Pop a Tom Waits, da Steve Buscemi a Danny Glover, da Tilda Swinton a Carol Kane.
Il tutto è abbastanza fragile, irrisolto, sornione. Ma io, contrariamente a tanti colleghi, non mi sono annoiato, anche perché il tutto dura solo 100 minuti.

Michele Anselmi

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