HIGHLIGHTS Recensioni

Su Netflix dall’11 novembre “La vita che volevamo”, un film che scardina i confini del concetto di famiglia

Il sociologo polacco Bauman affermava che “Il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione”, un concetto chiaro, ma molto difficile da applicare, soprattutto quando i progetti di coppia sembrano irraggiungibili. Alice e Niklas sono una coppia sposata che per quattro volte consecutive ascolta la stessa frase “non c’è più battito” e da qui il susseguirsi di visite, tentativi vani, aborti spontanei e vocine di bambini che giocano portano la coppia a vivere all’interno di un’ossessione, la stessa che tiene il loro rapporto sul filo di un rasoio. La loro vita ruota intorno ad un concetto di famiglia che comprende necessariamente la presenza di figli propri, i quali possano soddisfare l’idea di avercela fatta, soprattutto in Alice, ma questo desiderio mette in discussione qualsiasi gesto, anche i momenti di intimità creando silenzi profondi e dubbi insistenti.

La narrazione sottolinea l’affetto e, di contro, la resistenza nella coppia, la volontà di Niklas e Alice di supportarsi osteggiata da un muro sempre più alto che li porterà ad esplodere, soprattutto dopo aver conosciuto Christal e Romed i loro vicini di casa durante le vacanze e soprattutto genitori di due figli. Il tono della narrazione cambia, l’obiettivo della videocamera si apre su due famiglie: da una parte c’è il sogno e dall’altra i sognatori. Lo spettatore insieme ad Alice osserva da dietro una finestra quella speranza di vita che appartiene a qualcun altro, quel qualcuno che è così tanto vicino da renderlo reale. Denise, la figlia più piccola della coppia, con i suoi capelli biondi e le guance rosee diventa l’incarnazione del sogno con il quale Alice introduce la storia, Denise le fa toccare con mano ciò che le è stato negato: essere madre. Dall’altra parte, invece, Christal e Romed rappresentano la sfera delle responsabilità, dei doveri di un genitore, ma anche quella delle fragilità, delle difficoltà che spesso gli occhi della stessa Alice mettono sotto giudizio.

La storia della “signora triste”, come viene definita Alice da Denise, e di Nikolas ha la forza di raccontare con estrema naturalezza un tema delicato, sottolineandone le possibili assurdità che dall’interno non sembrano tali e mettendo in risalto non solo i problemi di una coppia di fronte ad una frustrazione e una sensazione di fallimento lacerante, ma anche come il loro impatto possa avere risonanza diversa nei singoli individui, uomo o donna, madre o padre che sia. Lavinia Wilson e Elyas M’Barek, i rispettivi interpreti dei protagonisti, in novantatré “pacati” minuti hanno la capacità di incarnare sentimenti probabilmente sconosciuti, sottolineandone però la risoluzione nel tempo: non è necessario nuotare velocemente verso qualcosa che si allontana sempre di più ma, a volte, la strada più semplice consiste nel voltarsi di fianco a sé e comprendere il vero significato della parola famiglia.

Cristina Quattrociocchi

Condividi quest'articolo