Sulle note cristalline di un pianoforte si aprono le porte del film oggi in sesta posizione nelle “Top10” di Netflix, “Phantom Thread – Il filo nascosto”. Una pellicola per nulla recente, anzi la sua prima uscita risale al 2017, ma che sembra essere in continua ascesa tra i titoli più recenti della piattaforma streaming.

Il film che ha visto l’ultima interpretazione di Daniel Day-Lewis, interprete di Reynolds, rimane fedele alla definizione di “miglior film” degli ultimi anni e alle svariate candidature agli Oscar. Sarà necessario ora capire il perché: le regole della moda, si sa, sono rigide e spesso intricate sia sul versante produttivo, sia su quello dei rapporti interpersonali che si districano tra le stoffe e le firme più pregiate. L’esempio celebre risiede nel successo cinematografico del 2006 “Il diavolo veste Prada”: Miranda Presley è la direttrice di una rivista di moda, una donna rigida e burbera che ricerca spasmodicamente la perfezione; queste variabili narratologiche si rispecchiano ora nel film di Paul Thomas Anderson, ponendo però al centro lo stilista Reynolds Woodcock. La personalità dell’uomo viene annunciata dalle parole di una donna come fosse un prologo in teatro, anticipando un’entrata in scena impeccabile come l’esigente Mr. Woodcock. Un uomo circondato dal lusso, da donne di classe, contesse, ma comunque fortemente inquieto che vede sbocciare un sorriso sul volto solo una volta uscito dal suo habitat naturale. Una cameriera semplice e un po’ sbadata cattura la sua attenzione perché lei è tutto ciò che non è il suo mondo; il suo nome è Alma ovvero “anima”, quella che la giovane diventerà per il burbero stilista londinese. Alma da semplice cameriera si ritrova catapultata in un mondo molto distante da lei, fatto di etichette e rigide regole – come lo era stato per Andy e Miranda Presley- Alma diventa modella, musa e compagna di Reynolds ma non senza compromessi.

Quando due mondi distanti si incontrano ci sono due possibilità: scontrarsi o soccombere. Nell’evoluzione della narrazione lo spettatore assiste ad entrambe le opzioni, da una parte Alma soccombe alle regole e dall’altra le stesse regole si sgretolano con l’arrivo della donna. Quella rappresentata da Anderson non è una storia d’amore idilliaca, si scardina l’idea di un amore “stilnovista” per approdare all’interno di dinamiche reali, elementi fortemente richiesti nell’attuale contesto cinematografico ed extra-cinematografico: scontri, delusioni, rari momenti di pace, il primo “ti amo” solo al minuto 1:13:49, il secondo a soli 37:33 minuti dalla fine. Comprendere il cambio di rotta della narrazione, che per certi versi ricorda il gioco prigioniera – padrone della favola “La bella e la Bestia”, è semplice basta osservare e ascoltare: da una parte gli sguardi enigmatici, dall’altra le melodie del pianoforte sempre più basse e armonicamente legate alle tonalità scure delle sequenze finali che intessono l’ultima cucitura del vestito più bello e elaborato di Mr. Woodcock.

Cristina Quattrociocchi