L’angolo di Michele Anselmi

Diciamo che il nuovo film di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, porta la recensione già iscritta nel titolo: “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”. In effetti me lo merito: soffrendo un po’, anch’io sono voluto arrivare alla fine dei 108 minuti per vedere dove sarebbe andata a parare la storia. Presentata alla Festa di Roma e adesso consultabile su Sky (ma “stronzi” è diventato “st***zi”), la commedia vagamente distopica prende di mira quanto potrebbe succedere in un futuro assai ravvicinato, forse già presente: dove al lindore eco-friendly delle abitazioni, dei quartieri e delle automobili corrispondono invece un potere assoluto della rete sui cervelli e lo sfruttamento bestiale della forza lavoro.
La denuncia non è proprio una novità, infatti Diliberto parecchio si abbevera un po’ al mondo prossimo venturo di “Lei”, quel film di Spike Jonze con Joaquin Phoenix e la voce di Scarlett Johansson, per raccontare, tra allusioni varie, la desertificazione dei sentimenti, il cannibalismo tecnologico e le nuove forme di alienazione capitalistica. Tutto interessante a dirsi, meno a vedersi.
In una città italiana non meglio definita il manager Arturo Giammaresi finisce vittima di un algoritmo che ha egli stesso inventato per usare al meglio le “risorse umane”. Mollato dalla fidanzata esigente e licenziato dall’azienda, l’uomo lascia a casa la grisaglia e si ritrova a fare il “rider” in bicicletta in calzoncini corti per una onnipresente multinazionale che si chiama Fuuber (capita l’antifona?), pilotata da un giovanotto anglofono “alla” Mark Zuckerberg.
Arturo sente subito puzza di bruciato, anche perché s’intende di algoritmi industriali, ma c’è poco da ribellarsi: rimasto squattrinato, deve cedere una stanza di casa a un giovane professore di filologia romanza che per arrotondate fa l’hater sui social, e si mette a pedalare di brutto, con lo zaino dei cibi sulle spalle, sperando di tirare su qualche soldo. Però i clienti sono maleducati e impietosi, lui manca gli obiettivi di produzione e gli rubano pure la bicicletta per lavorare.
Insomma, un disastro. L’unico sollievo sembra venire da Stella, l’ologramma scaricato tramite la app Fuuber Friends: una bella ragazza romana che sembra capirlo e conosce i suoi gusti anche in fatto di lasagne. Ma, finita la prova gratuita, non potendo lui pagare 199 euro a settimana, pure la fanciulla dei sogni scompare dalla sua vita. Fino a quando potrà reggere l’ometto a un passo dai 50 anni?
Al suo terzo film da regista, Pif cita “Ladri di biciclette”, forse “Play Time – Tempo di divertimento” di Tati, ruba qualcosa a “The Circle”, usa una canzone di Nina Simone presa da “Hair”, fa fare una comparsata buffa/amara in bicicletta a Maurizio Nichetti: il tutto per restituire l’incubo di una globalizzazione smaltata e feroce, retta dall’illusione del “lavoro autonomo”, che poi non è altro che programmatica riduzione dei salari, mentre chi si sente ancora al sicuro organizza demenziali/sfrenate feste a tema nelle quali ci si traveste da Hitler o da Papi.
“Nel mondo Fuuber non c’è posto per tristezza e solitudine” sintetizza la filosofia della ditta; ma poi, dietro la lucentezza apparente degli ambienti, le persone stanno male. E in buona misura, denuncia il film, scritto da Pif con Michele Astori, è colpa nostra: perché noi abbiamo consegnato i nostri dati, perché abbiamo aperto la porta a chi “bussava” alla nostra vita per guadagnarci sopra. Vabbè.
Avendo per protagonista Fabio De Luigi nel ruolo di Arturo, il film non può oggettivamente sfuggire a una loffia prevedibilità di toni, situazioni e battute; e anche Ilenia Pastorelli, qui nella parte dell’ologramma Stella, ha fatto di meglio. Pif si ritaglia la particina di Raffaello, il prof a contratto sempre a corto di soldi che custodisce un segreto. Producono Vision Distribution, ovvero Sky, con Lorenzo Mieli e Mario Gianani. Nessuno è perfetto.

Michele Anselmi