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“Suburra – La serie” tra coronavirus e colpi di scena, una conclusione forse frettolosa, ma giusta

Il caso di “Suburra – La serie”, quando ebbe inizio dopo il successo del film, era quello di un esperimento di “serialità prequel”, in cui personaggi già amati e conosciuti nell’ottimo film di Stefano Sollima si ripresentavano in una narrazione espansa, possibilmente più giovani, e nel quale si andavano ad indagare le origini di questo incrociarsi di mondi corrotti, ossia Stato, Vaticano e famiglie mafiose. La vera suburra alla lettera, pur situandosi geograficamente in luoghi che non coincidono con l’opera audiovisiva prodotta da Netflix, è proprio questo.

A differenza del film di Sollima – tetro, crudo e apocalittico -, la serie grazie a un bel cast sia tecnico che artistico, pur aderendo al soggetto di partenza, ha creato un vero e proprio fumettone leggermente più light, pop e che non risponde esattamente a certe logiche di realismo. Gli autori hanno deciso palesemente di portare ciò all’estremo, nel momento in cui Claudio Amendola non ha potuto riprendere il suo fantastico ruolo di Samurai sostituendolo con il bravo Acquaroli. Tuttavia poi hanno proseguito in tante maniere, fino ad esplodere soprattutto nel momento in cui, nei primissimi episodi della nuova ed ultima stagione, si è disattesa l’aspettativa che si sarebbero finalmente andate a chiarire certe dinamiche presenti nel film, retroattivamente pensando al rapporto che si crea nella serie tra Alberto ‘Spadino’ Anacleti (Giacomo Ferrara) e Aureliano Adami (Alessandro Borghi).

“Suburra” film e serie, quasi in comunicazione come due mondi paralleli ma ben separati, vogliono continuare ad esistere nella stessa epoca pur annullandosi a vicenda. Difatti, la serie si rivela non esser per nulla un antefatto, perché quel che accade nella stagione finale interamente diretta dal direttore della fotografia Arnaldo Catinari è, proprio grazie a uno strano dialogo con il gemello cinematografico, un ribaltamento di situazioni e un susseguirsi di cose impossibili (nel caso paradossalmente si volesse credere la serie un prologo del film). Compresa l’efficacia del melodrammatico epilogo, che veniva mostrato nel catastrofico finale della pellicola, si faranno consumare le inevitabili tragedie umane che tutti si aspettano per forza di cose, ma a differenza delle prime due stagioni, più lunghe di questa di sole 6 puntate, qua siamo davanti a due bei problemi.

Pur concentrandosi su ciò che è essenziale e non andando a complicare con nuove dinamiche o personaggi (a parte uno femminile fondamentale), ciò che “azzoppa” parzialmente la riuscita di questo agognato, triste, ma giusto epilogo è la sua mancanza di sufficiente pathos, considerevolmente presente negli interpreti sia nelle precedenti stagioni sia nel film. Segnale che non c’è stato troppo tempo per rigirare certe scene. Ciò che sappiamo è che le riprese della serie, che giunge sui nostri piccoli schermi a distanza di quasi un paio d’anni, sono state bruscamente interrotte sul loro nascere a causa del lockdown e che poi hanno dovuto riprendere e concludere il tutto in tempi certamente troppo brevi. Un vero peccato per un’opera che avrebbe meritato più calma e più “core”. Ma ci sta bene anche così!

Furio Spinosi

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