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Sull’onda di “Parasite” un altro Bong Joon-ho: caccia a un serial killer

L’angolo di Michele Anselmi 

Il meritato successo di “Parasite”, ora consacrato dai quattro Oscar conquistati domenica scorsa, si porta dietro un’ulteriore buona notizia. Giovedì 13 febbraio, sempre con Academy Two, arriva nelle sale italiane il secondo film di Bong Joon-ho, quel “Memorie di un assassino” che il regista coreano, classe 1969, girò nel lontano 2003. Il ripescaggio è interessante, notevole, a patto di non attendersi le stesse atmosfere di “Parasite”.
Qui, infatti, il tono è decisamente più realistico, da “thriller rurale”, tra colori desaturati e dettagli sgradevoli. Sia pure alla sua maniera, cioè con l’imporsi qua e là di accenti buffi se non addirittura comici, il cineasta di Seul si ispira a una macabra vicenda di cronaca. Tra il 1986 e il 1991 a Hwaseong, una cittadina di campagna non distante dalla capitale, furono stuprate, seviziate e uccise dieci donne, di varie età, incluse una nonna settantenne e una scolaretta tredicenne. Il serial killer, sempre più audace ed efferato, non venne mai beccato, sicché quel caso insoluto si trasformò in un autentico smacco per la polizia coreana, nonostante le indagini serrate, condotte da una sorta di “special branch” in realtà ben poco speciale.
“Memorie di un assassino” parte il 23 ottobre del 1986: in una polverosa stradina di campagna, dentro una condotta idrica, viene ritrovato il corpo esanime e offeso di una giovane donna legata con la sua biancheria intima. Il detective locale Park Doo-man, baldanzoso e fissato coi film noir americani, molto gli piace “Brivido caldo”, pensa di aver capito tutto o quasi, ma i sospettati, peraltro torturati volentieri da un manesco sbirro che tira calci coi suoi stivali militari, si riveleranno perlopiù dei capri espiatori, del tutto innocenti.
Neanche l’arrivo da Seul di un investigatore più sveglio e ragionante, il detective Seo Tae-yoon, sembra migliorare e cose. E intanto il perverso criminale continua a colpire, sempre nel raggio di due chilometri quadrati, di notte, quando piove di brutto, facendosi annunciare da una malinconica canzone alla radio locale intitolata “Lettera triste”.
“Non provo solo rabbia nei confronti dell’assassino, mi fanno anche infuriare le circostanze che gli permisero di continuare a uccidere per così tanti anni, facendola franca” spiega il regista, il quale ha compulsato atti, documenti, testimonianze e articoli di giornali per scrivere il copione.
Certo colpisce la “pecioneria” con la quale quei poliziotti, così lontani da una certa immagine da film americano, condussero le indagini, spesso cancellando le impronte, prendendosela con poveri cristi, fidandosi di dicerie e superstizioni.
D’altro canto allora in Corea del sud bisognava rivolgersi agli Stati Uniti per l’analisi del Dna e non spirava un’aria serena nel Paese, tra rivolte studentesche, repressioni brutali, blackout elettrici ed esercitazioni di evacuazione anti guerra batteriologica.
Dimenticare, dunque, “Il silenzio degli innocenti” e affini, insomma il rompicapo cerebrale; tutto, in “Memorie di un assassino”, è più ruspante e patetico, pure livido, anche se via via affiora nei due investigatori principali, uniti da una franca antipatia reciproca, la sensazione di essere a un passo dal colpevole. Ogni volta, però, succederà qualcosa di terribile che annulla i progressi. Nell’epilogo si passa al 2003, per tornare su quella polverosa strada di campagna…
“Memorie di un assassino” non possiede la brillante complessità allegorica di “Parasite”, neanche quel suo muoversi con eleganza tra commedia e tragedia, ritratto sociale e lotta di classe. Tuttavia si vede molto volentieri, nonostante i 130 minuti, specialmente per lo spirito pessimista che lo anima, il rispetto verso le vittime e i loro familiari, la ricostruzione degli eventi, il dissolversi di ogni pratica garantista, il senso di un’ingiustizia mai sanata. Anche se, leggo in rete, nel 2019 le indagini hanno subito una svolta: è stato arrestato un uomo di 56 anni che sarebbe coinvolto in almeno tre di quelle morti atroci.

Michele Anselmi

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