Per tirarla su di morale nei momenti difficili, i genitori di Ivy hanno inventato un ridicolo ballo, sulle note di “I Don’t Feel Like Dancin’” degli Scissor Sisters. Non è questo, certo, ad aver curato la malattia di cui soffre. L’ha aiutata però a mantenere l’umore giusto, e ad aggrapparsi ad una luce di speranza. “Sunny Dancer” di George Jacques, letteralmente “danzatrice solare”, tutto sembra, sia dal titolo che dalla locandina, tranne un film che parla di cancro. Ed in effetti, l’autore britannico tratta la tematica in modo non banale. La diciassettenne Ivy (Bella Ramsey) è sopravvissuta alla leucemia, da cui è in remissione da dieci mesi. Una volta tornata a scuola, però, non riesce a fare amicizia con nessuno dei coetanei. Si sente completamente diversa da loro, nonché con la pesante etichetta addosso di “ragazza con il cancro”, impossibile da rimuovere. I genitori, preoccupati per l’isolamento in cui sta cadendo, decidono di iscriverla al “CRF Camp”, un campeggio estivo per adolescenti che hanno avuto la sua stessa malattia. Convinta di andare incontro ad un’esperienza deprimente, Ivy vi si dirige con riluttanza, ma trova invece un’atmosfera inaspettata. Nel corso delle attività all’aperto, coordinate dall’eccentrico direttore Patrick (Neil Patrick Harris), conosce ragazzi allegri e pieni di entusiasmo, che la includono subito nel loro gruppo. Lega in particolare con Ella (Ruby Stokes), la sua svampita compagna di stanza ma, soprattutto, con il timido Jake (Daniel Quinn-Toye), di cui si innamora. Quelli del camp sono in fondo adolescenti come tutti gli altri: usano un linguaggio sboccato, hanno voglia di ribellarsi all’autorità, di bere e festeggiare fino a tardi, di fare sesso. Desiderano tutto, tranne che essere compatiti. Basti pensare a quando cacciano via a male parole un’ospite, venuta da loro per un pietistico discorso motivazionale. Il racconto è ritmato e frenetico, i colori accesi e vibranti. Le inquadrature brevi, non contemplative, immortalano l’incontenibile esplosione di energia giovanile. Nonostante questo, il tema del cancro fa parte della quotidianità dei ragazzi, e non può non emergere. Lo fa nella loro ironia dissacrante, l’unico modo che hanno di renderlo meno spaventoso. Ma anche, purtroppo, nelle storie dei singoli: sia di chi ha perso qualcuno a causa della malattia, e lo affronta con una dignità unica, sia di chi sente addosso la continua minaccia che il male possa ritornare. Questa trattazione del tema della malattia, più implicita e sottile di tante altre opere dedicate, è in grado di scatenare un turbinio di emozioni nello spettatore. Di nostalgia per l’adolescenza, e di quel gruppo di amici con cui si condivide la scoperta del mondo. Ma soprattutto, di profonda commozione per la grande forza dei personaggi. La colonna sonora, composta da brani indie pop, sottolinea abilmente questo doppio registro, talvolta fresca e contemporanea, talaltra più malinconica. Ivy ed i suoi amici non possono controllare il futuro della loro salute fisica, in continua precarietà, ma almeno non devono più affrontarlo da soli. E, nel frattempo, possono tuffarsi nella vita insieme, più grati di essere al mondo rispetto ai loro coetanei.
Martina Genovese