Una donnina minuta e piccina passeggia su un’immensa pista nevosa indossando una tutina verde e un piccolo berretto bianco, sorreggendo, con grande lena, un paio di sci e biascicando alcune parole: in questo modo, come un folletto delle fiabe nascosto tra i boschi del Trentino, la regista Katia Bernardi nella pellicola “Inedita”, presentata nella sezione “Riflessi” della 16ma edizione della Festa del Cinema di Roma, ci mostra la scrittrice Susanna Tamaro, che svela al suo pubblico la sua “coscienza”, “la sua vera persona senza filtri e senza maschere”, afflitta da traumi, infantili e non, e, in particolare, dalla sindrome Asperger in una docufiction, che è una sorta di “confessione terapeutica” sul fenomeno Tamaro: un’autrice da trenta libri e diciotto milioni di copie vendute in quarantacinque paesi, ma “timida, lenta e refrattaria al mezzo televisivo perché priva dei suoi tempi”.

Prodotto e distribuito da GA&A Productions e realizzato da RaiCultura, Trentino Film Commission con il sostegno di Fondazione Luca e Katia Tomassini e Montura, il doppio volto attrice-scrittrice della Tamaro è un ritratto delicato e toccante, che rimanda nell’immaginario cinematografico a quella “Gelsomina” immortalata in “La strada” da Fellini, che aveva apprezzato le sue doti narrative elogiando soprattutto il libro “Per voce sola”, totalmente ignorato dalla critica, e che in “Inedita” vediamo in una versione inusuale, inedita appunto: in una versione naturalista mentre con il cappellino passeggia sul candore della neve, mentre pota le piante, cura le api e alleva pappagallini, cavalli e libellule, rivelando al pubblico la sua malattia.

«Su di me sono state dette una quantità infinita di cose pessime, cattive, stupide e calunniose perché io sono una persona mentalmente diversa dalle altre e voglio mostrare la vera persona senza maschera», così si svela Susanna Tamaro, ma nel ritrarre la sfera privata di una nota scrittrice, schiacciata da giudizi negativi e devastanti dell’opinione pubblica e dalla sindrome Asperger, la regista propone anche una riflessione su una parte della critica letteraria che, nei riguardi dell’autrice, aveva creato un clima da caccia alle streghe, in occasione, soprattutto, dell’uscita del bestseller “Va’ dove ti porta il cuore” per la pubblicazione di alcuni titoli esagerati, dai toni minacciosi e guerrieri come “Delenda Tamaro, gli snob tirano sassi”.

Sebbene la scrittrice sia una lontana parente del triestino Italo Svevo, che, con le sue opere innovative, non sempre apprezzate da una parte della critica per via di una scrittura lineare e non chiara, di fatto “non istituzionale”, aveva contribuito alla diffusione in Italia delle tematiche della psicanalisi, di quella “zona sotterranea e oscura della coscienza” come scrisse Eugenio Montale, qui, pur rilevando il suo lato oscuro, la Tamaro appare più come la nipotina di quella Gelsomina felliniana che cammina tra il biancore della neve (immagine che apre e chiude il film) per rasserenare la sua anima semplice dedita alla scrittura.

Alessandra Alfonsi