C’era una volta il frizzante, onirico e delicato ritratto di Lisbona e della sua umanità, accompagnato dalle note del fado dei Madredeus, dalla coimbrinha, la tipica chitarra portoghese, dal pathos della voce accorata della Salgueiro che canta “Alfama” in “Lisbon Story” di Wim Wenders. E c’era anche una volta la saudade della lentezza dell’umanità di Manoel de Oliveira, il più importante regista portoghese.

C’era una volta perché in “Technoboss” sono rimasti solo i tratti identitari dei registi visionari e filosofi, che hanno ritratto il Portogallo, la sua musica, la sua umanità, cullata e coccolata dalle onde dell’Oceano Atlantico con la tipica lentezza, con quegli sguardi fissi spesso persi nel vuoto, ma tutto il resto è scomparso. Tutto passa: tutto scorre proprio come nel motto eracliteo, riadattato e canticchiato dal protagonista in questa pellicola sulla “saudade”: nostalgica di un’umanità, ormai “fuori di testa”. Diretto da João Nicolau e presentato in anteprima al Festival di Locarno, il film, proiettato lo scorso 27 febbraio al cinema Beltrade di Milano, è ambientato nel Sud del Portogallo tra le strade reali e fittizie che conducono al Santuario di Fatima e al Sud dell’Algarve, e protagonista è Luis, un anziano tecnico di sistemi di controllo e di videosorveglianza ormai prossimo alla pensione, minato dalla stanchezza fisica e mentale, che incarna alla perfezione l’icona tradizionale del vecchio saggio claudicante che vive in una società tremante e traballante, come lo è quella attuale alle soglie di una Terza Guerra Mondiale cibernetica e nucleare: profezia del terzo segreto di quella Madonna che apparve a tre pastorelli proprio a Fatima?

“Technoboss” è un road-movie filosofico sui grandi temi della vita e della morte adattati in una società ormai surreale e tecnologizzata, come ben aveva anticipato il visionario Wim Wenders in “Fino alla fine del mondo”: in un’umanità, impazzita e automatizzata, controllata e gestita dai “dispositivi”, che in questa pellicola sono i chip delle carte che consentono l’accensione e lo spegnimento dei sistemi integrati di videosorveglianza: il Technoboss che vende proprio Luis. È come potrebbe reagire un anziano cresciuto nel cattolicissimo Portogallo del Santuario di Fatima, nelle note struggenti del delicato fado e in quei porti che avevamo favorito la scoperta di nuovi e sconosciuti popoli? Impazzendo lentamente, a poco a poco, in un clima di delirio e follia trovando soltanto nell’alcol e nell’amore una piccola parvenza di fuga e di felicità perché “la vita è un’altra cosa” come canterà proprio Luis in compagnia della sua nuova sposa nel brano che suggella l’opera.

“Technoboss” è un bel film che si perde soltanto nella parte centrale, diventando estremamente visionario, arzigogolato e delirante, come i deliri di cui è vittima il protagonista, per poi concludersi con un happy end romantico con una bella coppia di innamorati speranzosi e inneggianti alla vita.

Alessandra Alfonsi