L’angolo di Michele Anselmi 

Al di là delle apprezzabili intenzioni, temo che “Shoshana” contribuirà a gettare nuovo sale sulle ferite connesse all’insanabile conflitto israelo-palestinese. Ma spero di no. Il film, diretto dall’inglese Michael Winterbottom, esce giovedì 27 giugno con Vision Distribution, e racconta certamente una storia atipica, poco frequentata dal cinema (sembra quasi un antefatto di “Exodus” di Otto Preminger, con Paul Newman, risalente al 1960). La donna del titolo è Shoshana Borochov, una socialista sionista di origine ucraina, davvero vissuta, morì a 93 anni nel 2004 a Tel Aviv. È lei, sin dai titoli di testa, a fare da “voce narrante”, ricordando alcuni degli eventi che portarono nel 1948 alla nascita tribolata dello Stato di Israele.
Bella, indipendente, poliglotta, Shoshana è una ragazza molto corteggiata nel 1938, quando sostanzialmente prende avvio la storia. La Palestina è governata dagli inglesi sin dal 1920 ma neanche loro riescono a gestire la situazione: arabi nativi contro immigrati ebrei, con massacri e rese dei conti, mentre si moltiplicano gli attentati terroristici contro “gli occupanti”. Shoshana, arrivata con la madre e il fratello, ha un problema in più: è innamorata del giovane poliziotto britannico Tom Wilkin, il quale vorrebbe sposarla. Risultato? Lei rischia di passare per una sgualdrina che se la fa con i colonialisti, lui di essere controllato dai suoi perché troppo amico degli ebrei.
In questo contesto, reso più bollente dalle gesta del bombarolo Avraham Stern, un poeta di origine polacca deciso a terrorizzare e cacciare gli inglesi con una guerra senza quartiere, si srotolano i fatti narrati dal film, lungo quasi due ore.
Non sarà facile, per chi non sia interessato a quel periodo storico, capire tutto. Per dire: Stern, considerato oggi un eroe nazionale in Israele, lasciò l’organizzazione paramilitare di autodifesa ebraica detta Haganah, sopportata dagli inglesi, per aderire prima alla più estremista Irgun e infine fondare la micidiale Lehi, conosciuta anche come “la banda Stern”, specializzata in attentati, omicidi e rapine (avrebbe addirittura voluto collaborare con i tedeschi in chiave anti-britannica durate la Seconda guerra mondiale); e spesso viene citato Vladimirir Ze’ev Jabotinsky, fondatore del sionismo “revisionista”, creatore della Legione ebraica e padre spirituale della destra israeliana.
Ma “Shoshana” è anche una romantica storia d’amore in una situazione eccezionale, resa più complicata dal crescente odio dei palestinesi nei confronti degli ebrei scappati in massa dall’Europa per far nascere in quei territori, come teorizza Stern, “una patria ebraica secondo i confini biblici”. Gli inglesi, in mezzo ai due popoli avversari, reprimono con arresti, torture e impiccagioni, mentre tutto sta precipitando e i kibbutz si armano.
Salvo che nell’incipit, gli arabi, visti con notevole simpatia, sostanzialmente come povere vittime, sono pressoché espunti dal cine-racconto, preferendo Winterbottom concentrarsi sulla lotta senza quartiere tra i “terroristi” ebrei e i poliziotti inglesi capitanati dal lucido Geoffrey Morton, davvero esistito. D’altro canto il film comincia con queste parole: “Per secoli la Palestina è stata un tranquillo ristagno dell’Impero Ottomano, con una minuscola comunità ebraica. Poi nel 1897 si è tenuta in Svizzera la prima conferenza dell’organizzazione sionista mondiale. Migliaia di persone sono partite dall’Europa determinate a costruire Israele qui nella Terra Promessa”.
Ciò detto, “Shoshana”, sulla base di ricerche compiute allo “Steven Spielberg Jewish Film Archive” e del copione scritto dal regista con Laurence Coriat e Paul Viragh, rievoca con una certa onestà, stavo per dire con la giusta distanza, quel conflitto senza esclusione di colpi destinato a lasciare molte vite innocenti sul terreno e a preparare la nascita dello Stato d’Israele, il 14 maggio 1948 (subito dopo sarebbe stata guerra con i Paesi arabi decisi a non accettare la controversa Risoluzione dell’Onu).
Girato interamente in Puglia, tra Ostuni, Ceglie Messapica, Brindisi e Lecce, anche per via della coproduzione italo-inglese, il film è un po’ all’antica nelle dinamiche psicologiche e sentimentali, anche nell’uso di “The Man I Love” di Gershwin come canzone-tormentone, ma si vede volentieri, senza guardare l’orologio, con la voglia di approfondire, sia pure con un’ombra di preoccupazione (come sarà preso dagli odiatori “propal” di Israele che sono tanti?).
Irina Starshenbaum è perfetta, per grinta, bellezza e tormenti (da che parte stare tra Amore e Causa?), nel ruolo di Shoshana, ma appaiono intonati alla ricostruzione in costume anche Douglas Booth, Harry Mellin e Aury Alby, rispettivamente nei ruoli di Wilkin, Morton e Stern. Bisognerebbe vederlo in originale coi sottotitoli, essendo stato girato in inglese, ebraico e arabo. Ma temo che sia una partita persa in Italia.

Michele Anselmi