Con gli amici Roberto Lasagna e Antonio Tentori, abbiamo parlato del loro ultimo saggio, “Tenebre – Sotto gli occhi dell’assassino” (Shatter edizioni), dedicato all’opera summa della prima parte della carriera di Dario Argento. La fecondità dell’analisi di Lasagna e Tentori così come la mole di materiali raccolti esaltano ancora una volta l’originalità e la grandezza del film datato 1982.

Il vostro “Tenebre – Sotto gli occhi dell’assassino” affianca all’analisi del film una serie di contributi di prima mano che lo innalzano non poco dalla gran parte della saggistica cinematografica contemporanea molto spesso impegnata a guardarsi l’ombelico. Penso, a titolo di esempio, alle interviste a Luciano Tovoli, John Steiner, Mirella Banti, Mirella D’Angelo oppure ai contributi di Lamberto Bava, Michele Soavi, Claudio Simonetti. Come avete pensato la struttura del saggio?

Roberto Lasagna: Siamo andati alla ricerca di uno sguardo inedito, che il lettore avrà modo di scoprire attraverso le nostre interpretazioni e leggendo le testimonianze dei protagonisti del mondo argentiano che arricchiscono il libro e ne fanno un viaggio nella memoria di noi spettatori, in un momento particolarmente felice del thriller italiano.

Antonio Tentori: Inizialmente Roberto e io avevamo pensato a una classica analisi del film e ad alcune interviste con i principali collaboratori di Argento in “Tenebre”, come Claudio Simonetti. Poi invece il testo è diventato un vero work in progress e si è impreziosito di molti altri interventi e contributi, sia di chi ha lavorato al film, sia di chi invece è stato influenzato fortemente da “Tenebre” nel proprio percorso all’interno del cinema thriller.

Dopo la parentesi alchemica di “Suspiria” e “Inferno”, “Tenebre” torna allo scenario del thriller, ma in modo ancora diverso rispetto alla trilogia degli animali e alle ibridazioni tra giallo e horror di “Profondo rosso”. Qual è la peculiarità di questo film che rimane un po’ un unicum all’interno della filmografia del regista?

R.L.: L’spirazione. “Tenebre” è una summa argentiana e ne esprime al meglio il “segno”, forte della complicità e dell’alchimia di un team artistico e professionale consapevole di collaborare su un set importante per il suo autore. A distanza di quarant’anni, il film non perde il suo smalto, la sua incisività, e la sua luminosità è inquietante e modernissima.

A.T.: Ritengo che “Tenebre” sia uno dei film in assoluto più riusciti e ispirati di Dario Argento. Un thriller che può essere visto come una summa dei precedenti lavori dell’autore nel genere, ma che possiede una cifra stilistica moderna e quasi futuribile, un film che si avvale di una straordinaria carica di tensione dall’inizio alla fine e che è pervaso da atmosfere oniriche e angoscianti visualizzate dall’inconfondibile linguaggio cinematografico di Argento. In “Tenebre” si ritrovano gli elementi essenziali del thriller argentiano, dall’occhio dilatato dell’assassino ai guanti neri, dalle armi da taglio al particolare rivelatore, fino al trauma e alla memoria. Senza contare lo spiazzante finale, in un’autentica apoteosi di uccisioni e rivelazioni.

Che Peter Neal sia uno scrittore e Cristiano Berti un critico ha giustamente stimolato l’attenzione di critici e recensori vari fin dall’uscita in sala, suggerendo chiavi di lettura anche molto originali. In questo senso, pensate che “Tenebre” sia ascrivibile nel solco di tre film sulla scrittura, usciti una decina di anni dopo, come “Il pasto nudo” di Cronenberg, “La metà oscura”di Romero e “Barton Fink – È successo a Hollywood” dei Coen?

R.L.: Dario Argento con “Tenebre” realizza un thriller di grande audacia e raffinatezza stilistica, e di grande impatto. Il film fa paura, inquieta, coinvolge lo spettatore che si ritrova, come le vittime, dentro i chiarori inquietanti e le luci fredde di Luciano Tovoli. Come i cineasti citati, cioè Cronenberg, Romero, Coen, anche Argento riflette sulla scrittura e lo fa a modo suo, portando le sue ossessioni e i suoi temi prediletti. Argento non è cerebrale come Cronenberg, ma è altrettanto “profetico”, è spettrale in modo diverso da Romero, sa condire di ironia la sua visione come sovente nei Coen. E in tutti questi autori è la mente dello scrittore a partorire mostri; e in Argento l’incubo ha una densità onirica, una ventata surrealista.

A.T.: Sicuramente “Tenebre” ha influenzato un film come “Basic Instinct” di Paul Verhoeven, che riprende i medesimi meccanismi narrativi: qualcuno uccide a ripetizione ispirandosi a un romanzo thriller di successo e allo scrittore/scrittrice per cui nutre una morbosa attrazione. Considerazioni in qualche modo analoghe si possono fare anche per il film di Romero e per “Secret Window” di David Koepp, non a caso entrambi tratti da Stephen King.

“Tenebre” è caratterizzato da una forte vena ironica, quasi Argento volesse mettere in chiaro che quello a cui stiamo assistendo è un grande scherzo, forse una presa in giro del genere… Possiamo parlare di questo aspetto?

R.L.: Sicuramente Argento si è entusiasmato per “Tenebre”, e il film manifesta questa felicità, questa intensità di sguardo. L’ironia ne è un inevitabile corollario, specie quella rivolta beffardamente contro il mondo dei giornalisti e della critica, e indirettamente contro la censura. Berti è un giornalista che accusa Peter Neal e i suoi romanzi di infondere una visione immorale, e presto la furia sanguinaria si scaglierà sia contro di lui, sia contro l’altra giornalista, Tilde, interpretata da Mirella D’Angelo. In Tenebre l’ironia fa parte del gioco, è un altro aspetto dello sguardo trasversale del meccanismo metacinematografico attivato da Argento. Tratti di ironia caratterizzano i personaggi, e l’ironia beffarda è nel mimetismo con cui lo scrittore si fa beffe di tutti, persino dello spettatore. E questo succede perché il film coraggiosamente osa e riesce a mantenere l’equilibrio espressivo e la dose di tensione sino alla fine, senza cedimenti.

A.T.: Gli aspetti umoristici caratterizzavano tutti i primi thriller di Argento, compreso “Profondo rosso”. È vero, qui invece compare un’ironia amara e uno svelamento della finzione scenica nel finale ad alta tensione, quando il capitano Germani si rende conto che il rasoio utilizzato dall’assassino/scrittore per uccidersi in realtà è finto. Una presa in giro, sì, ma non del genere, bensì dei critici che hanno sempre rimproverato Argento di eccessivo compiacimento nelle scene sanguinarie, ignorando del tutto la sua maestria nel raccontare la paura.

Al di là dell’occasione del quarantennale, perché – con Shatter – avete scelto “Tenebre”?

R.L.: Nel caso dei registi importanti, ogni film può in qualche misura contenere e riassumere tutto il loro cinema. “Tenebre” per noi rappresenta al meglio quella tensione espressiva del cinema di Argento tesa al superamento del thriller verso scenari metaforici, suggestioni artistiche e figurative.

A.T.: Sono particolarmente legato a questo film, perché alla prima di “Tenebre” ho avuto il mio primo incontro con Dario Argento, con cui ho brevemente parlato. Una emozione indimenticabile. Poi sono tornato a rivedere il film con mia madre, che era una grande fan di Argento.

In ultimo, quali sono i vostri prossimi progetti?

R.L.: Presto la curatela di un libro su Wes Craven, con Rudy Salvagnini (per Weirdbook), e una sull’horror coreano (per Profondo rosso).

A.T.: Sto lavorando a diverse sceneggiature di film horror e thriller per Dario Germani, Lorenzo Lepori, Pupi Oggiano e altri registi. Per quanto riguarda la saggistica ho un altro libro in lavorazione, scritto con l’amico Fabio Melelli.