Da giovedì 27 maggio è disponibile nelle librerie d’Italia e in ebook sulle piattaforme online, “Tenebre splendenti. Sul cinema di Roman Polański” (pagine 132), edito da ETS di Pisa, il nuovo libro di Marco Luceri. Ne abbiamo parlato con l’autore, Marco Luceri.

“Tenebre splendenti. Sul cinema di Roman Polanski” riporta l’attenzione della critica su uno degli autori più celebrati, amati e sorprendenti della Settima arte. Pochi altri cineasti possono vantare un curriculum come quello del regista di “Il pianista”. Qual è il taglio nuovo che il tuo lavoro dà alla lettura di un’opera cinematografica di questa levatura e così già ampiamente storicizzata?

Marco Luceri: Era da ben tredici anni che in Italia non veniva pubblicata una monografia sul grande regista, che è tutt’ora in attività e continua a realizzare film molto importanti e di successo, come nel caso della sua ultima opera, L’ufficiale e la spia. Ho voluto perciò analizzare l’ultima parte della sua carriera in un percorso che comprendesse tutto il suo cinema, non realizzando però una monografia classica, con l’analisi dei film in ordine cronologico, ma concentrandomi piuttosto su alcuni nuclei poetico/stilistici, tre per l’esattezza, che possono gettare una nuova luce su tutta la sua opera. Così facendo il lettore può capire meglio la straordinaria portata culturale di una filmografia che si sviluppa dalla Polonia sovietica degli anni ’50 a oggi, e che quindi ha attraversato gli ultimi sessant’anni di storia del cinema, e non solo.

“Lo spazio del perturbante”, “Equilibrismi: dentro e fuori i generi” e “Identità e memoria” sono i tre nuclei tematici in cui afferiscono – nel libro – tutti i lungometraggi da “Il coltello nell’acqua” a “L’ufficiale e la spia”. Già soltanto da una sistemazione critica del genere si può dire che emerga una coerenza tematica fuori dal normale, specialmente per un autore che ha attraversato sessant’anni di cinema… Possiamo parlarne?

M.L.: Il Perturbante è uno dei grandi temi culturali del Novecento, come aveva per primo detto Freud. Nel cinema di Polanski costituisce una delle grandi forme della modernità, perché nei suoi film esso emerge nel rapporto tra lo spazio (spesso chiuso) e lo sguardo (dei personaggi e della macchina da presa). Dalla relazione tra questi due elementi emerge qualcosa di oscuro, di misterioso, di perturbante, per l’appunto, proprio nei luoghi più famigliari, quelli che sembrano il rifugio dentro il quale sono depositate tutte le nostre sicurezze. E invece è proprio lì che ci si perde. E’ una delle costanti del cinema di Polanski ed è anche una sfida allo spettatore, in un cinema che si è sempre mosso in equilibrio tra modernità e classicità. Polanski, pur essendo un grande autore, non ha mai fatto film di nicchia e nei suoi film non ha mai abbandonato del tutto la dimensione affabulatoria e narrativa del cinema. E ciò gli ha permesso anche di proporre dei film in cui il concetto d’identità dei personaggi viene sempre rinegoziato in nuove forme.

In che modo il tocco Polanski riesce a trasformare anche i generi più di cassetta – come possono essere l’horror, il thriller spionistico o addirittura il film di pirati – in cinema d’autore?

M.L.: Come dicevo, si tratta di realizzare un equilibrio, difficilissimo, tra gli stilemi di genere (che sono sempre uguali e al contempo sempre rinnovabili) e lo sguardo d’autore. sono pochissimi i registi nella storia del cinema che sono riusciti a realizzarlo, penso ad Alfred Hitchcock o a John Ford. Polanski ha cercato sempre di rinnovare i generi che ha affrontato, a volte in maniera ironica (come in Per favore non mordermi sul collo!, Pirati o La nona porta), altre volte guardando al tragico (come in Chinatown o Tess) e nel rinnovarli ha inserito il suo personalissimo sguardo, che tende a mettere sempre in discussioni i canoni del cinema classico. Al contempo ha contribuito però anche a dare nuova vita alla mitologia di questo cinema, alla sua materialità, alla sua capacità comunque di arrivare a tutti.

Il cinema di Polanski, per certi versi anche nei film più dichiaratamente drammatici, è pervaso da accensioni, a tratti stanianti, di un’ironia che sta a raccontarci la follia della Storia, con la s maiuscola. In che modo le varie vicende biografiche del regista hanno sedimentato e continuano a sedimentare nei suoi film?

M.L.: La vita di Polanski è stata segnata dalle tragedia della Storia (la Shoah, durante la quale la sua famiglia è stata quasi interamente sterminata e lui, bambino, si è salvato per miracolo) e quelle personali (la tragica morte di Sharon Tate che porta in grembo il loro bambino e le vicende giudiziarie legate alle violenze sessuali), quindi il Male è entrato dalla porta principale nella sua vita, così come nel suo cinema. Lui è riuscito a trasformare questa negatività in una fonte creativa pressoché inesauribile, non rinunciando mai, tuttavia, a rappresentare anche i lati comici e assurdi della vita. Anche qui è riuscito a stabilire una sorta di equilibrio tra nichilismo e speranza. Del resto, non sarebbe arrivato dov’è ora, a 84 anni, in piena attività, e a non essere semplicemente un sopravvissuto.