Sound & Vision

Finalmente “Dune” è uscito nei cinema. Il film era attesissimo per diversi motivi. A causa della pandemia la data di rilascio del lungometraggio è stata posposta più volte, facendo crescere esponenzialmente l’interesse nei confronti della nuova fatica di Denis Villeneuve. Ma non solo: il regista doveva riuscire laddove David Lynch, nel 1984, a causa di pesanti imposizioni da parte dei produttori, aveva (parzialmente) fallito. Riportare sul grande schermo l’epopea fantascientifica di Frank Herbert non è stato certamente un compito facile. Il regista canadese ha però all’attivo due dei migliori film Sci-Fi dell’ultimo decennio, “Arrival” e “Blade Runner 2049”, ed è stato coadiuvato in quest’impresa da una pletora di attori e collaboratori di prim’ordine. Primo fra tutti, Hans Zimmer alle musiche.
Nel penultimo film di Villeneuve il compositore tedesco è stato all’altezza di reggere il confronto con l’eredità di Vangelis, regalando alla pellicola una colonna sonora post-umana rispettosa dalle atmosfere sonore del primo film. Inoltre, per musicare “Dune”, Zimmer non ha potuto collaborare con Cristopher Nolan al suo ultimo film, “Tenet”. Si capisce quindi come anche dalla colonna sonora si attendesse l’impossibile. Il risultato finale ha dissipato ogni dubbio superando anche le aspettative più rosee.

Sin dai primi minuti un muro di basse frequenze investe lo spettatore sfruttando tutta la potenzialità offerta dal comparto audio della sala cinematografica. A queste onde sinusoidali si aggiunge ora un dissonante clangore percussivo, ora uno strumento etnico che emette nasali melodie orientaleggianti. Dei bordoni cosmici fanno da sostrato ad apocalittici arazzi corali. Voci effimere come un miraggio causato dal sole. I sintetizzatori di Zimmer assumono a tratti un tono profetico, emettendo suoni che ricordano preghiere sussurrate in nome di un culto pagano. La tematica del colonialismo affrontata dal film trova il suo contrappunto musicale in suoni percussivi, atavici e tribali che sembrano appartenere ai nomadi Fremen. La colonna sonora procede sulla falsa riga delle tonalità ambient di “Blade Runner”. Eppure, nonostante appaiano simili, qualcosa di profondo le separa. Come se lacrime nella pioggia di Roy Batty fossero state lasciate essiccare al sole. Come se una tempesta di sabbia avesse sommerso la Los Angeles del 2049, facendone emergere i resti quasi diecimila anni dopo. Reperti di una società ormai estinta.

La splendida fotografia della pellicola, che spesso vira sui toni del giallo, si riflette nelle trame di tastiere che sembrano deteriorate dall’esposizione al sole di Arrakis. Nei momenti più epici del film, come lo scontro tra Atreides e Harkonnen, le vibrazioni metafisiche dei sintetizzatori vengono accostate da pulsazioni ritmiche fuori controllo. L’eterea stasi lascia spazio ad epiche sezioni di archi ed ottoni affogate in cascate di riverbero. La musica si tinge di venature Cosmic Horror quando si palesa il lovecraftiano verme delle Sabbie. Come nel già citato “Blade Runner” il suono è un liquido amniotico in costante evoluzione e dialogo con le immagini, concorrendo insieme ad esse a plasmare l’immaginario fantascientifico di “Dune”. Delle voci gutturali, ora maschili, ora femminili, sembrano levarsi dalle gallerie scavate nel deserto come voci di santoni in preda ad una visione onirica, causata dal consumo di una droga sacra. Brandelli di cori che si ibridano in una litania ancestrale e non interpretabile come l’alfabeto alieno di “Arrival”. Degno di nota il pezzo Armada, in cui il fraseggio di una cornamusa, mostrata anche diegeticamente, esplode in tutta la sua grandiosità e magnificenza.
Ammettiamo di aver sperato fino all’ultimo di ascoltare la solenne cover orchestrale di “Eclipse” dei Pink Floyd, che era apparsa nel primo trailer del film, durante i titoli di coda. Peccato. Avrebbe chiuso il cerchio rendendo omaggio alla pellicola mai realizzata da parte del regista cileno Alejandro Jodorowsky, nella quale la band di “The Dark Side of The Moon” avrebbe dovuto lavorare alle musiche. “But the Sun is Eclipsed by the Dune”.

Gioele Barsotti