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“The Crown” 4 (Netflix). Irrompono in scena Lady D e la Lady di ferro

L’angolo di Michele Anselmi

Un po’ in sordina, dal 15 novembre, è partita su Netflix la quarta stagione di “The Crown”. Pare che in patria la Famiglia reale, con alla testa il principino William, si sia un po’ risentita, più che in passato, sempre che sia vero quanto scrivono i tabloid britannici; ma fa parte del gioco, e del resto questo nuovo capitolo della fortunata serie ideata e scritta da Peter Morgan (i registi variano), tocca due argomenti piuttosto spinosi per la regina Elisabetta e la sua corte: la non facile convivenza con Margaret Thatcher, la “lady di ferro”, e con Diana Spencer, cioè “lady D”.
Ho visto le prime due puntate di questa nuova stagione, e mi sono sembrate all’altezza, più o meno, dei precedenti trenta episodi. Poi certo: più ci si avvicina nel tempo e cambiano i personaggi, più la memoria risulta vivida, legata a immagini viste e riviste in tv. Stavolta si riparte dal 1979: l’anno in cui la signora Thatcher, a sorpresa, diventa Primo ministro conservatore (e donna) nella diffidenza dei capoccioni tory che la vedono come “un’estranea” anche per provenienza sociale; pure l’anno in cui Diana Spencer, che invece viene da una prestigiosa famiglia aristocratica ma volentieri esce dai ranghi rivelando un bel caratterino indipendente, entra nelle grazie del principe Carlo. Il quale, in realtà, ama da tempo la sua Camilla Parker Bowles, già sposata, l’unica con la quale si senta a proprio agio.
Solo che i pomposi Windsor hanno deciso per lui. “Non provare a opporti, è perfetta” ordina al principe del Galles la traffichina sorella Anna, dopo che la giovane Spencer è stata oggetto di una sorta di accurato esame pre-matrimoniale nel corso di un fine settimana al castello di Balmoral.
Naturalmente “The Crown” 4 respira e riproduce l’aria del tempo: gli attentati feroci dell’Ira, uno dei quali colpisce su una barca il vecchio Lord Mountbatten; gli scioperi selvaggi contro la politica liberista propugnata dalla Thatcher, decisa ad assestare un colpo ai sindacati; il rinserrarsi in vecchi e un po’ ridicoli riti campagnoli della Famiglia reale mentre fuori, nella vita vera, tutto cambia.
Margaret Thatcher è incarnata con qualche insopportabile istrionismo gestuale e vocale dall’anglo-americana Gillian Anderson (un tempo Dana Scully in “X-Files”), Diana Spencer più felicemente dall’inglese Emma Corrin, e naturalmente il doppio tirante drammaturgico inventato da Peter Morgan gioca sulle psicologie delle due carismatiche donne, così diverse, non solo per età, e insieme capaci di animare un esteso consenso popolare che sarà alla base del loro successo.
Per dire: ospitati in Scozia dalla regina Elisabetta, Thatcher e il marito avvertono sulla propria pelle la diffidenza odiosa, squisitamente di classe, di cui sono fatti segno, ma sapranno come liberarsene. Mentre la giovane e graziosa Diana, all’inizio vestita come un fauno shakespeariano, sa muoversi con estrema furbizia in quel contesto reale, sapendo toccare le corde giuste in vista del matrimonio in buona misura “già scritto” (purtroppo non sa cosa l’aspetta).
Olivia Colman è naturalmente “the queen”, invecchiata e appesantita al punto giusto, Tobias Menzies è il marito Filippo, ormai preso solo dalla caccia al cervo ferito, mentre il migliore in campo mi pare Josh O’Connor nei panni del “povero” principe Carlo: così rassegnato, infelice, attendista, anche codardo nei confronti di Diana, già piuttosto curvo prima del tempo.

Michele Anselmi

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