Da oggi è nelle sale l’ultimo film di Steven Spielberg, l’autobiografico “The Fabelmans”. Per chi volesse ripercorrere la carriera dell’ex “wonder boy” di Hollywood è disponibile in libreria il nuovo saggio di Roberto Lasagna, “Steven Spielberg. Tutto il grande cinema” (Weird Book, 2022), il libro più completo sul cineasta che, attraverso alcuni dei film più popolari e scelte produttive che sono sembrate spesso delle sfide, ha liberato le potenzialità del cinema come espressione del coinvolgimento più autentico per uno spettatore che viene risarcito delle proprie ansie e può condividere il diritto a sentirsi ancora una volta fanciullo in un mondo attraversato dai conflitti e dalle guerre. Ne abbiamo parlato con l’autore.

“Steven Spielberg. Tutto il grande cinema” ripercorre la carriera del grande cineasta dagli esordi fino a “The Fabelmans” – da oggi nelle sale – che hai modo di definire “un film che si pone alle origini, come uno sguardo ai tempi della fanciullezza”. Possiamo parlare di questo concetto e dell’importanza formativa di quel preciso momento della vita del regista?
Roberto Lasagna: “The Fabelmans” riporta alle origini della vicenda artistica e della fanciullezza del futuro regista. Il padre di Steven deciderà di lasciare la famiglia e lo stato d’animo del giovane ne risentirà, tanto che il futuro “wonder boy” di Hollywood coltiverà un rapporto intenso ed esclusivo con la madre.  Come racconto nel mio libro, durante gli anni del liceo, Steven deve tenere duro in alcune battaglie emotive: Steven trascorre le festività senza il padre, inoltre è costretto ad affrontare forti pregiudizi per la sua appartenenza alla religione ebraica. Un aspetto, quest’ultimo, che un giorno lo porterà ad una delle svolte cinematografiche più celebri e sorprendenti. Nel suo cinema l’assenza della figura paterna si farà sentire, come ad esempio in “E. T.”, e ritornerà in forma anticonvenzionale in “Prova a prendermi” molti anni dopo, mentre la ricerca e la scoperta di una figura paterna più autentica si rintraccia in “Hook”. I traslochi dai sobborghi di Haddonfield nel New Jersey verso Scottsdale in Arizona, e poi ancora verso Phoenix, alimentano nel giovane Steven una mentalità dinamica, creano l’attitudine per una visione del futuro sempre in movimento. Sono il primordiale imprinting di una persona che non si darà facilmente per vinta. In una parola, Steven è una persona positiva, fantasiosa. Ma quando possono, e molto presto, i genitori controllavano che il giovane Steven non rimanesse esposto troppo liberamente ai programmi televisivi, e presero l’abitudine di coprire con una coperta l’elettrodomestico che un giorno diventerà l’oggetto demoniaco di “Poltergeist” (1982). Quando Steven ha l’età per poter andare al cinema, deve sottostare a una selezione piuttosto rigida. I film di Walt Disney sono permessi. Quelli di Vincent Minnelli gli sono preclusi, magari perché lasciano scorgere la bella gamba di una donna. Per fortuna, i genitori, come molti altri nel loro ruolo, ignorano del tutto il potenziale orrorifico di film come “Biancaneve e i sette nani (1937) e “Fantasia” (1940), che scatenano nel giovane Steven viaggi in un immaginario parallelo influenzando non poco la poetica del futuro regista.

Oltre ad essere un regista che, come pochi altri, sa esporsi all’incanto e alla meraviglia, Spielberg ha firmato alcuni tra i più importanti e duri film di carattere storico del cinema contemporaneo, da “L’impero del sole” – forse una sorta di ponte tra i due filoni – a “Schindler’s List”, da “Amistad” a “Lincoln”, passando per “Salvate il soldato Ryan”. Qual è il peso e l’importanza della riflessione sulla storia nel suo percorso?
R. L.: Nel libro sostengo che Spielberg sia un regista che necessiti di una visione “di lungo corso” per essere realmente compreso. La sua visione della Storia lo accompagna sin dalle origini, e se titoli come “Il colore viola” o “L’impero del sole” lasciavano emergere l’importanza di una visione che affiancasse il senso di meraviglia di altre sue opere incentrate su temi più avventurosi, in realtà l’attenzione storica o addirittura archeologica c’è sempre stata: si tratta di un cinema del ritrovamento e della rievocazione, che si confronta costantemente con il tema dell’assenza, come in “Schindler’s list”; un cinema-risarcimento che matura uno sguardo adulto e più radicale, come in “Lincoln”, dove Spielberg non ha più bisogno del sangue o delle scene di combattimento per mostrare la tensione del dibattito politico e lo sforzo della realpolitik per arrivare al Tredicesimo Emendamento che cambierà la storia e abolirà la schiavitù dei neri. Anche lo sguardo politico non è mai venuto meno, casomai appare più marcato in titoli recenti come “Munich, “Il ponte delle spie” o “The post” ma persino l’attenzione all’eco-sistema attraversa la sua opera, da “Lo squalo” a “Jurassic park”, per arrivare ai suoi film di fantascienza quali “Minority Report” o “Ready Player One”.

Nel tuo saggio, giustamente, non tralasci di analizzare anche i film e le serie prodotte dal regista, in alcuni casi più spielberghiane dei suoi stessi film… In che modo la sua poetica è riuscita a marchiare a fuoco quei lavori e gran parte del cinema degli anni Ottanta che ancora amiamo sopra a ogni altro?
R. L.: Ci sono i film diretti da Spielberg e i film in cui la sua influenza, in fase produttiva e ideativa, è fondamentali. E’ vero, talvolta si tratta di titoli molto spielberghiani. Penso soprattutto a “Poltergeist – Demoniache presenze”, che porta la firma di Tobe Hooper, e che esce nelle sale americane nella stessa estate del 1982 in cui uscì anche “E. T.”. “Poltergeist” vede particolarmente attivo sul set il produttore-sceneggiatore Steven Spielberg e l’estate del 1982 si rivelò come l’estate cinematografica di Spielberg, il quale attraverso i due film sembrò evocare una doppia strada per il genere fantastico, di contro a chi invece vedeva nell’approccio spielberghiano toni univoci e, comunque, tranquillizzanti. “Poltergeist” è un film che rappresenta il lato più spaventoso e hitchcockiano di Spielberg, così come “E. T.” ne riflette invece il controcanto più ottimistico e positivo. Hooper, coadiuvato da Spielberg, costruisce una favola dai risvolti inquietanti che sorprende per la sua visionarietà, che indaga le porte del soprannaturale utilizzando le magie illusionistiche dei nuovi effetti speciali per soppiantare le vie ripetitive del sangue facile. L’incontro tra i due uomini di cinema sortisce un film originale, bello ed evocativo di una volontà di fare un cinema intenso e coinvolgente, spielberghianamente calato in quell’attitudine a mostrare ciò che non è stato mai possibile mostrare prima con altrettanto disarmante coinvolgimento. Naturalmente poi, tra i film prodotti da Spielberg, ci sono quelli di Joe Dante e Robert Zemeckis, due ottimi registi di cui si rende conto nel libro, così come di altre serie e produzioni. L’esordio stesso di Spielberg, quale regista televisivo prima che cinematografico, è molto indicativo in tal senso.

Tra le caratteristiche più straordinarie del fare cinema di Spielberg c’è la capacità di rendere personalissimi kolossal che sono di fatto destinati al più ampio pubblico possibile. Qual è la misura perfetta di ingredienti che riesce a rendere reale questa magia?
R. L.: Credo che proprio questo sia uno degli aspetti più significativi e coinvolgenti del cinema di Spielberg, cioè la capacità di rendere intima e personale anche una vicenda rivolta al grande pubblico. Pensiamo a come “E. T.” sia in fondo la storia di un’amicizia vissuta all’ombra della percezione di una madre o, più in generale, del mondo dei grandi. E tanti personaggi del suo cinema sembrano difendere la possibilità di essere autorizzati a vivere la meraviglia del contatto, dell’incontro. L’avventura riguarda l’esperienza umana, la possibilità di sopravvivere e resistere a quella che in “Jurassic Park” è la “Teoria del caos” e che in “Schindler’s list” è invece il caos impazzito della Storia. E’ possibile incontrare chi ti tende la mano oppure sente e percepisce la necessità di un dialogo. Proprio la ricerca di un linguaggio, di una corrispondenza di sensi, è un altro aspetto che attraversa l’avventura cinematografica di questo regista che chiamò Truffaut, simbolo della Nouvelle Vague, nei panni dell’ufologo che avrebbe dovuto concepire un linguaggio per comunicare con gli esseri venuti dallo spazio in “Incontri ravvicinati del Terzo Tipo”. Quelle cinque note suonate sulla tastiera erano il simbolo di un linguaggio elementare, che Spielberg ha conservato come un segreto nei suoi viaggi fatti di incontri ravvicinati con la Storia e con le presenze del suo cinema, una vera arca dell’immaginario popolata di fantasmi, raffigurazioni di sogni (come il redivivo Peter Pan di Robin Williams in “Hook”, come la Audrey Hepburn divenuta angelo di “Always”) che abita nel nostro sentimento di spettatori che desiderano, con il cinema, avventurarsi in un viaggio di contatti e conoscenze rigeneranti.