L’angolo di Michele Anselmi

Per dirla alla francese, il nuovo film di Wes Anderson è un “pot-pourri” nel quale il regista americano, classe 1969, pigia suggestioni, riferimenti, citazioni, colori, abiti, arredi e toni malinconici a lui cari. Non sorprende che il festival di Cannes l’abbia voluto ad ogni costo, tenendolo in freezer per un anno intero d’accordo con la Fox-Disney: “The French Dispatch” in fondo è un atto d’amore nei confronti della Francia vista da un texano di Houston che forse avrebbe voluto nascere in Europa; a suo modo Anderson è un dandy arguto e sofisticato, anche negli abiti di velluto che indossa da sempre e nel taglio di capelli.
Un prologo, un epilogo e quattro episodi centrali formano il corpo di questo strano film uscito giovedì scorso con più di 300 copie. Un po’ come succedeva nel più ispirato “Grand Budapest Hotel” (lì lo spunto era fornito da un racconto di Stefan Zweig), la nostalgia sprizza da tutti i pori, ma è una nostalgia a tratti un po’ funerea, molto stilizzata, Siamo, è il 1975, nell’immaginaria cittadina francese di Ennui-sur-Blasé, qualcosa che suona come “la noia sull’indifferenza”, dove è appena morto l’ottantenne Arthur Howitzer Jr, fondatore e direttore di “The French Dispatch”, supplemento domenicale di un quotidiano americano di Liberty, Kansas, “The Evening Sun”. Nato con l’ambizione “di offrire il mondo al Kansas”, il settimanale conta mezzo milione di abbonati e viene venduto in 50 Paesi. Ma il caro estinto ha lasciato disposizioni chiare: morto lui si chiude il rotocalco, ma prima bisogna confezionare un numero d’addio che contenga il fior fiore degli articoli pubblicati negli anni e un necrologio.
Sotto lo sguardo degli spettatori, prendono così forma le quattro storie scelte dai redattori, e ciascuna di esse, avrete capito, custodisce una “certa idea” della Francia tra gli anni Cinquanta e Sessanta (antropologia, arte, politica, cibo). C’è un inviato col basco fa un reportage in bicicletta su come è cambiata la cittadina che ospita la redazione, tra passato e “presente”; c’è un ergastolano barbuto condannato per duplice omicidio che si mette a dipingere per celebrare la sua musa, una bella guardia carceraria disposta a posare nuda per lui, senza immaginare che un cinico mercante d’arte lo lancerà nel firmamento internazionale; c’è un giovane e seduttivo sessantottino dall’atteggiamento bohémien che redige un “Manifesto” di lotta insieme a una giornalista chic invaghitasi di lui mentre la polizia prepara le cariche contro gli studenti; c’è uno scrittore di successo, esperto di chef e ghiottonerie, che rievoca un famoso caso da lui seguito parecchi anni prima, quando il figlio del commissario locale fu rapito da una banda di buffi criminali.
Naturalmente le quattro vicende sono solo un pretesto, a tratti gratuito, per mettere in scena un mondo di riferimento, tra bozzettistico e linguistico, tra bianco e nero e cromatismi sfrenati. La fotografia di Robert Yeoman, i costumi di Milena Canonero, le musiche di Alexandre Desplat, soprattutto le scenografie di Adrian Stockhausen: tutto contribuisce a creare un bizzarro sfondo iper-francese nel quale far muovere, in una chiave di sketch, dei personaggi squisitamente “andersoniani”, fatti cioè di tic, battute, atteggiamenti, camuffamenti.
Nell’insalata russa, che poi sarebbe francese, confluiscono il cinema di Tati, Duvivier, Ophüls, la chitarra manouche di Django Reinhardt, forse il Van Gogh internato in manicomio di Kirk Douglas, le Simca 1000 e le “2 cavalli”, più il culto del “New Yorker”, il tratto grafico di Saul Steinberg, i reportage sul Maggio francese di Mavis Gallant, certi cicli pittorici di Mark Rothko e chissà quante altre cose ancora.
Troppo? Forse sì, anche perché Anderson sembra orchestrare una “summa” del suo cinema, mischiando come sempre realtà e scenografia, prospettive fantasiose e scene d’animazione. Si resta ammirati dall’inventiva incessante, dal lavoro sublime sugli ambienti e gli scorci cittadini; ma più che in certi film del passato un sospetto di fuffa intellettualistica ogni tanto fa capolino.
Poi, certo, diverte l’uso degli attori coinvolti, tutti famosi e disposti anche a fare solo una comparsata per stima nei confronti del regista. Alcuni nomi? Bill Murray, Tilda Swinton, Benicio Del Toro, Léa Seydoux, Frances MacDormand, Timothée Chalamet, Adrian Brody; e ancora: Owen Wilson, Mathieu Amalric, Liev Schreiber, Elisabeth Moss, Willem Dafoe, Christoph Waltz, Edward Norton, Jeffrey Wright, Henry Winkler…
Ho letto in rete che “The French Dispatch” sarebbe, dietro l’andamento lieve e spiritoso, una sorta di “de profundis dedicato a un intero secolo”, appunto il Novecento. Non saprei dire se sia così, certo la commedia ogni tanto sprofondo nell’umor nero; o forse è solo un gioco all’accumulo, tra geometrico e scanzonato, per esorcizzare la morte di un giornalismo non più da sfogliare sulla carta stampata.

Michele Anselmi