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“The Last Word”. Nonostante la morte, nonostante la vita

“Al tempio c’è una poesia intitolata “la mancanza”, incisa nella pietra. Ci sono tre parole, ma il poeta le ha cancellate. Non si può leggere la mancanza: solo avvertirla”. Recita così il celebre film del lontano 2005 “Memorie di una Geisha”. Cos’è una mancanza? Come poterla descrivere? È lecito soffrire e far trasparire il proprio dolore o è più opportuno tacere? Ci si domanda quale sia il percorso intrapreso da chi ci lascia, ma pochi si domandano quale viaggio dovrà affrontare chi resta.
“The Last Word”, film originale Netflix in uscita il 17 settembre 2020, è proprio quel viaggio tra dolore e negazione, quei passaggi necessari che Karla Fazius incarna insieme ai suoi figli. Non esiste un unico modo di affrontare la perdita di una persona cara, non può esserci nessun tribunale o giuria popolare a stabilire cosa sia giusto o sbagliato, cosa opportuno e cosa no. Nella famiglia di Karla c’è chi si chiude in sé stesso, chi decide di ignorare il pensiero indossando una maschera, ma c’è anche chi prende sotto braccio il dolore rendendolo un amico da cui ripartire. Ognuno alla fine, consapevolmente o no, è una delle mille sfaccettature del dolore.
La complicità dei primi istanti tra Karla e suo marito Stephan viene congelata nel tempo senza preavviso, come se fosse scoccata la mezzanotte di Cenerentola e tutto l’incantesimo fosse svanito. Il film diretto da Aron Lehmann è la rappresentazione reale delle scene di vita non rivelate agli altri: raramente si sceglie di esternare le proprie debolezze, raramente si riesce ad accettarle e perdonarle, piuttosto si preferisce sdoppiare la propria personalità tra l’apparenza pubblica e l’ identità privata. Nel film il loop mentale che la protagonista e i suoi figli affrontano è caotico e spesso rappresentato in maniera surreale, quasi da sembrare una rivisitazione del celebre “Ghost”, ma in fondo non è altro che il racconto di come nella realtà sia così facile cadere nei tranelli della nostra mentre ed esserne soggiogati. Karla, in fin dei conti, proietta all’esterno quello che non conosce, cerca nel nulla risposte a domande a cui in realtà risponderà da sola forse per cercare un briciolo di sollievo o forse perché è convinta che sia Stephan a risponderle. Gli attori presenti hanno garantito allo spettatore la possibilità di immedesimarsi anche nelle scene più drammatiche, di percepire la frustrazione, la rabbia e l’amore come se fossero loro a voler porre la fatidica domanda “Perché non mi lasci andare?”.
I primi piani sugli occhi stanchi che palesano emozioni falsate, i toni cupi delle strade di Berlino, sorrisi quasi mai completamente distesi, le ultime parole dette risuonano nelle mente, l’estraneazione dalla realtà e i silenzi assordanti avvalorano la tesi che la stessa Karla esprime nell’ultimo episodio: non ci sono regole per il dolore, non ci sono tempi fissi, non ci sono insegnamenti da impartire, ci rimane solo il tempo che può rivelarsi nostro fedele alleato o il più spietato dei nemici.

Cristina Quattrociocchi

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