“Quando mangi insieme, resti insieme”. Questo è il motto degli operai inglesi che, in una località mineraria negli anni ’80, iniziano un lungo sciopero contro il governo per impedire la chiusura delle cave in cui lavorano. La loro lotta fallisce. E i loro valori di unione e solidarietà vengono, purtroppo, ben presto dimenticati. Esce in Italia il 16 novembre “The Old Oak”, il nuovo film del regista inglese Ken Loach. La storia è ambientata nel 2016, nella stessa cittadina a Nord dell’Inghilterra. A trent’anni dalla chiusura delle miniere, che erano la principale fonte di ricchezza, i figli di quegli operai vivono in un luogo sempre più spopolato e decadente. Sono pochi i locali pubblici rimasti aperti, tra questi c’è “The Old Oak”, un pub malridotto di proprietà di TJ Ballantyne (Dave Turner). È il ritrovo fidato degli abitanti, che tra una birra e l’altra sfogano le loro frustrazioni personali. In questo clima, arriva in città un pullman di rifugiati siriani in fuga dalla guerra, per stabilirsi sul territorio. La maggior parte dei cittadini non li accoglie con favore, ed il loro malcontento non fa che aumentare. Ma TJ, che nel frattempo stringe amicizia con Yara (Ebla Mari), ragazza siriana che parla bene l’inglese, è invece convinto che l’integrazione possa essere una ricchezza. Sono due gruppi sofferenti, seppur in modo diverso, quelli che si incontrano. Da un lato i locali inglesi che vivono in un contesto economicamente svantaggiato. Arrabbiati con le istituzioni per averli abbandonati alla povertà, vedono gli stranieri come un capro espiatorio contro cui prendersela. Dall’altro lato i siriani, che vivono una situazione ancora più tragica. Scappati dal regime di Assad, hanno parenti dispersi o imprigionati, il loro Paese è coperto di macerie. Nonostante questa situazione, sono persone altruiste e desiderose di integrarsi nel nuovo ambiente. Il clima è teso, ma Loach ce lo descrive con una regia delicata, quasi con l’intento di mitigarlo. Utilizza dissolvenze per dividere le scene, i colori sono spenti e desaturati, la colonna sonora è composta da malinconici brani al pianoforte. TJ è un uomo che soffre di depressione, cresciuto con il mito dei minatori. Deciso a riportare quei valori nella comunità, ritrova la sua ragione di vita nell’accoglienza dei migranti. Ed il suo pub, in cui prima venivano sfogati sentimenti negativi, diventa il fulcro della solidarietà. In questo processo viene ostacolato da alcuni suoi concittadini. Ma il bene che riesce a generare è superiore al male che gli viene inflitto. Rispetto ai precedenti “Io, Daniel Blake” e “Sorry, we missed you”, che denunciano i malfunzionamenti della società portandoli alle estreme conseguenze, in modo pessimista, qui Loach è più speranzoso e costruttivo. Certo, c’è sempre la malinconia per quello che non va, ma il cineasta inglese, in questo che forse è il suo ultimo film, si concede di immaginare un futuro migliore. E, in un finale che sembra quasi un sogno, se non un’utopia, si augura un mondo in cui le persone non si dividono di fronte ai soprusi, ma si uniscono per combatterli. Un mondo basato su tre valori, per lui fondamentali: forza, solidarietà, resistenza.

Martina Genovese