“The Serpent” è la nuova miniserie Netflix che, in otto episodi, racconta uno spaccato di vita del ‘bikini killer’, il serpente che negli anni ’70 catturava e uccideva giovani avventurieri hippie. La Thailandia e l’Oriente di quegli anni sono raffigurati dalla serie come luoghi selvaggi e spirituali, ma soprattutto pericolosi, data la presenza del truffatore francese Charles Sobhraij. Giovani hippie da tutto il mondo che intraprendevano il viaggio alla volta dell’Asia, alla ricerca di pace, avventure ed esperienze mistiche, si imbattevano nella figura di Sobhraij, la cui natura è subito svelata per quella che è all’interno della serie. Il tutto in un’atmosfera tanto esotica quanto oscura.

I fatti prendono vita su un doppio piano temporale e spaziale. Dal punto di vista temporale ci viene da subito presentato il protagonista e, per chi non dovesse conoscere i risvolti della vicenda, c’è poco da ipotizzare una sua presunta innocenza. L’uomo è un assassino, un abile ingannatore e manipolatore che miete vittime rubando i loro averi, quasi più per divertimento che per reale necessità. Non è solo, ma è aiutato e amato da Marie-Andrée, ‘Monique’, sua amante e compagna. Parte della storia, sarà quindi dedicata al racconto della loro relazione, ricostruita da flashback sulla loro conoscenza. Sul piano spaziale abbiamo invece le indagini che contemporaneamente vengono portate avanti da un giovane diplomatico olandese. Il segretario Knippenberg inizialmente è l’unico deciso a fare luce sulla scomparsa di una giovane coppia in viaggio dall’Olanda, ma sarà in seguito affiancato da indispensabili aiutanti. Queste storie, come facilmente si può intuire, saranno destinate a intrecciarsi.

Personaggi e protagonisti nella serie sono stati maneggiati con una certa accuratezza, data anche la complessità delle sfumature psicologiche che si dovevano rappresentare. Quella di Tahar Rahim, nei panni del protagonista, appare come una interpretazione ‘fredda’, quasi glaciale, data anche la gelida personalità di Sobhraij. Jenna Coleman, invece, si cimenta nell’interpretazione altrettanto complessa di Marie-Andrée Leclerc, e della sua lotta interiore tra l’istinto di salvezza e di pietà per le vittime da un lato e la manipolazione con cui il ‘serpente’ l’ha sottilmente attirata e avvolta tra le sue spire, dall’altro.

Il risultato è una serie ben costruita, minuziosa nel racconto delle indagini e dei particolari che hanno caratterizzato la vicenda reale. La somiglianza fisiognomica degli attori con le vere personalità della storia è coerente con un altrettanto convincente capacità interpretativa dei personaggi. Il tutto è racchiuso da una fotografia che è in grado, al contempo, sia di trasportarci tra gli ambienti orientali anni ‘70, ma anche di calarci nelle atmosfere sinistre che la storia, e la figura di ‘Alain Gautier’, portano con sé. La serie crime action sulla storia del serpente, diretta da Tom Shankland e Hans Herbots, è disponibile dal primo aprile su Netflix.

Chiara Fedeli