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Tirabassi & Memphis rapinatori maldestri pensando a Sergio Citti

L’angolo di Michele Anselmi 

Parte come una commedia di Mario Monicelli, prosegue come una parodia dei Manetti Bros, si chiude come un apologo di Sergio Citti. Questo mi viene da pensare dopo aver visto “Il grande salto”, che segna l’esordio alla regia dell’attore Giorgio Tirabassi. Film divagante, sghembo, un po’ affabulatorio, che si distrae continuamente, quasi seguendo il copione aperto firmato da Daniele Costantini, Mattia Torre e dallo stesso Tirabassi.
Prodotto dalla piccola Sunshine e comprato poi da Medusa, che lo distribuisce da giovedì 13 giugno in circa 250 copie, “Il grande salto” contraddice un po’ il tono ilare del trailer e l’ironico strillo pubblicitario. “La rapina del secolo nel giorno sbagliato” non si vede, semmai la commedia buffa/asprigna gioca con le giravolte della sorte per raccontare una condizione umana tra periferica e universale, anche se i due personaggi protagonisti della storia sono caratterizzati in chiave romanesca.
Rufetto, cioè Tirabassi, e Nello, cioè Ricky Memphis, sono “due rapinatori di seconda fascia”, insomma maldestri, pasticcioni, vagamente mitomani. Reduci da quattro anni di carcere, non riescono a mettersi sulla buona strada, forse neanche ci provano. Rufetto, sposato con una cassiera e padre di un ragazzino, vive a casa dei suoceri, elemosinando in famiglia anche i soldi per la benzina; Nello vive in una specie di umida cantina, una cella, provando a rimorchiare giovani donne single che ovviamente gli danno buca al momento cruciale.
Ai due non resta che rituffarsi nel crimine di piccolo cabotaggio, ma non ne va in buca una. Fino a quando un feroce camorrista, tal Ciletta, non prospetta loro “il grande salto” atteso da sempre. La missione, abbastanza torva, sembra facile; ma sopra un ponte, mentre ascoltiamo le note di “Che sarà” dei Ricchi e Poveri, l’imprevisto si mette ancora di mezzo con esiti devastanti.
Non è dato sapere, per dirla con Nello, che cosa è scritto nel “Grande Libro del Destino”. Il film asseconda la partitura, realistica nell’impaginazione ma surreale negli approdi; e intanto, tra rapine abortite, scherzi del caso e baruffe casalinghe, assistiamo alla fuga dei due verso la Croce del Sacro Monte, dove forse avverrà un miracolo. Col rischio che sia alla rovescia…
Francamente la presa in giro della malavita romana, così come l’abbiamo vista al cinema o nelle serie tv, mi pare un elemento secondario nella storia. Semmai è il mondo di Citti, caro allo sceneggiatore Costantini, a emergere con il suo mix di religiosità popolare e diffidenza sorniona che il finale amplifica in una chiave quasi beffarda (non mi è chiara invece la citazione da “E venne un uomo” di Ermanno Olmi con Rod Steiger).
I due attori protagonisti restituiscono un sentimento di rabbia e tenerezza allo stesso tempo, piantati come sono in un contesto tra desolato e rassegnato nel quale si muovono gli altri interpreti: i suoceri Gianfelice Imparato e Paola Tiziana Cruciani, la moglie Roberta Mattei, il boss Salvatore Striano (più “Lillo” Petrolo, Valerio Mastandrea e Marco Giallini in amichevoli partecipazioni).

PS. Tirabassi è un bravo chitarrista jazz nella vita, non sorprende quindi che abbia chiesto a Battista Lena di comporre la rarefatta colonna sonora.

Michele Anselmi

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