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“Tolo Tolo” visto in mezzo al pubblico tra risate e sbadigli

L’angolo di Michele Anselmi

Ho visto “Tolo Tolo” al primo spettacolo pomeridiano, ore 14.30, multiplex Giometti (Uci Cinemas) di Senigallia. La verità? Sono lo spettatore che ha riso di più in sala, il che non significa che il nuovo film di Checco Zalone, al secolo Luca Medici, non sarà un successo pazzesco. A ora di pranzo c’erano già decine e decine di persone in fila per prenotare gli spettacoli successivi del 1° gennaio, sicché non ho dubbi che già dal 2 il cine-bottino sarà enorme, forse superiore alla partenza di “Quo vado?”.
Eppure, mentre guardavo la commedia, mi chiedevo perché il pubblico attorno a me (adolescenti e adulti, genitori con bambini e qualche nonno) fosse così “freddo”, distratto, silente, come se si aspettasse qualcos’altro da Zalone per il suo atteso ritorno tre anni dopo. Cosa? Probabilmente una storia intonata al registro di “Immigrato”, cioè il video a sé stante, pure spiazzante e strafottente, che ha fatto da trailer, complice la gustosa canzonetta qui inserita nei titoli di coda.
La mia ipotesi è questa. “Tolo Tolo”, lungi dall’essere un film “buonista” sull’immigrazione e il nostro rapporto con il razzismo sepolto, è troppo politico, forse ideologico, interamente incentrato su un messaggio che prende di mira un certo clima xenofobo in voga oggi in Italia. Poi, certo, Zalone fa Zalone. Cioè un comico lesto a maneggiare tutti i luoghi comuni possibili e immaginabili sull’italiano medio che si sente angariato dal fisco, frenato nell’iniziativa personale, fregato dai politici carrieristi.
Per alcuni versi Zalone non ci fa troppo vergognare di essere ciò che siamo, ma ci invita ad essere meglio di ciò che siamo. In questo ha ragione il collega Gabriele Niola quando scrive a proposito del film: “Rimane il tipico punto di vista bipartisan, quello in virtù del quale ogni parte del discorso è oggetto di ironia (sia ciò che è universalmente condannato, sia le ipocrisie delle persone che lo condannano) e dentro al quale ognuno può credere che ad essere presi in giro sia chi la pensa in un’altra maniera”.
La storia ormai la conoscerete. Zalone è un piccolo imprenditore, vanitoso e truffaldino, che apre nel paesino di Spinazzola un ristorante chiamato “Murgia & Sushi”. Coinvolge i malcapitati parenti nell’impresa che un mese dopo chiude penosamente, lasciando 465 mila euro di buffi. Per evitare il peggio, Checco scappa in Kenya dove trova lavoro come cameriere in un resort ricolmo di italiani ricchi e più imbroglioni di lui. Ma un golpe militare lo costringe a compiere il cammino inverso per salvarsi la pelle; e stavolta non sarà in aereo, bensì in autobus, nel deserto, e poi in barca, per mare, avendo come compagni d’avventura tre neri: un trentenne fissato col neorealismo e Pasolini, una giovane donna bella e incazzosa, un amorevole bambino di nome Dudù (“come il cane di Berlusconi” fa Checco).
Separatosi dal fedele Gennaro Nunziante, il comico compare nel quadruplo ruolo di mattatore, regista, compositore e sceneggiatore (insieme a Paolo Virzì, e si sente). Ne esce un film più accurato dei precedenti sul piano estetico/fotografico ma meno scoppiettante e sulfureo sul versante dello spasso. Manca, insomma, la battuta fulminante che riassume il tutto, come succedeva in “Quo vado?” con l’epico tormentone sul “posto fisso”.
Ho la sensazione, inoltre, che le strizzatine d’occhio disseminate qua e là, benché azzeccate e gustose, stentino ad arrivare a segno. Esempi? Checco vestito e saltellante come Alberto Sordi in “Riusciranno i nostri eroi…”, Checco che non capisce un tubo parlando al telefono con un irriconoscibile Nichi Vendola nel ruolo di sé stesso, Checco che sbuffa di fronte all’amico cinefilo in estasi di fronte a una scena di “Mamma Roma”, Checco che ironizza sul “Tè nel deserto” di Bertolucci.
L’attore va sul classico, invece, quando mitizza l’abbigliamento iper-griffato da “parvenu” che perde, pezzo per pezzo, strada facendo; o quando va in brodo di giuggiole per una costosa crema di bellezza “platinum”. Lì il pubblico lo riconosce e si diverte, solo che un attimo dopo Checco sente salire “le voci di dentro” e assume posture mussoliniane, ricordandoci che il fascismo è come “la candida”: rispunta sempre fuori con il sole e lo stress.
Sul piano della messa in scena “Tolo Tolo” alterna un blando realismo con buffe fantasie oniriche, incluso un curioso epilogo in forma di cartone animato disneyano, mentre il sesso politicamente scorretto, a parte il motivetto “Gnocca d’Africa”, resta stavolta da parte. L’uso di canzoni evergreen, da “Vagabondo” a “Viva l’Italia” passando per “La lontananza” e “L’arca di Noè”, corrisponde a quella cifra pop, a suo modo senza tempo, nella quale Zalone inserisce la sua requisitoria – tra morale e moralista, un po’ declamatoria – che pare non risparmiare nessuno: italiani avidi, soldati cinici, Onlus pasticcione, immigrati furbastri, politici dalla carriera bruciante, teorici dei “porti chiusi” eccetera.
Ciò detto, “Tolo Tolo” sarà un trionfo, Medusa e Taodue stapperanno molte bottiglie sin da stasera, resta da capire quanto gli italiani, dopo aver pagato il biglietto e sorriso un po’ col loro beniamino, custodiranno dentro di sé.

Michele Anselmi

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