Lo chef Anthony Bourdain, a vent’anni, vuole fare lo scrittore. Ha in mente un ambizioso racconto di formazione (che preferisce chiamare con il termine altisonante Bildungsroman), ispirato alle opere di George Orwell e Jack Kerouac. In lui è già presente una spiccata vena creativa, ancora non incanalata a dovere. “Tony: Diario di un giovane cuoco”, diretto da Matt Johnson, è liberamente ispirato alla giovinezza del noto cuoco americano, ed alla sua autobiografia “Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York”. Un ritratto affettuoso di un personaggio molto amato in patria, ancora di più a seguito della sua tragica morte, qui mai menzionata. Tony, così si fa inizialmente chiamare (lo interpreta il Dominic Sessa di “The Holdovers”), è un ragazzo impulsivo e scapestrato. Con lo sguardo insolente e vestito secondo la moda del periodo, gli anni ‘70, ha l’aria di un’icona del rock. Per inseguire la ragazza di cui è innamorato, Nancy (Emilia Jones), si reca a Cape Cod durante la pausa estiva dal college. Il problema è che non ha un soldo, e non può permettersi alcun alloggio. Proprio quando sta per cacciarsi nei guai, viene raccolto dalla strada da uno chef locale (Antonio Banderas), che gli offre un posto letto sull’amaca che ha nel retro della casa. In cambio, Tony dovrà lavorare per tutta l’estate come lavapiatti nel suo ristorante. Accompagnati da musiche rock dell’epoca, da Eric Burdon ai The Stooges, e da una telecamera a mano a tratti frenetica, seguiamo proprio la storia di formazione del protagonista. Tony è alla ricerca del suo posto nel mondo, ma ha anche il forte bisogno di una guida, che non ha trovato nella sua famiglia d’origine. Così si lega inizialmente a Sal (Leo Woodal), collega ristoratore, che rischia di condurlo ad una vita fatta di eccessi e dipendenza. Quando però conosce meglio lo chef che lo ha accolto, figura severa ma dall’aria paterna, scopre il mondo della cucina, una passione che non avrebbe mai immaginato, e raggiunge finalmente un equilibrio interiore. Anche i toni musicali, a questo punto, si fanno più morbidi. Gli eventi vengono narrati in modo da creare intimità e vicinanza. Lo si vede dalle inquadrature strette sui personaggi, dalla loro messa in cornice attraverso le porte o la finestra passavivande, dall’utilizzo del foreground framing: è come se lo spettatore fosse sulla scena, ad empatizzare in un contatto ravvicinato. Sicuramente il racconto difetta di una reale attinenza con la vita di Bourdain, ma ne riesce invece a cogliere non solo la personalità anticonformista, ma anche lo stretto legame che i fan percepiscono con la sua figura. In una sequenza cardine ambientata in cucina, campeggia il brano “A Fifth of Beethoven” di Walter Murphy, che integra sonorità funk con la musica classica della Sinfonia n. 5. Questa è il simbolo delle qualità, all’apparenza opposte, che un bravo cuoco deve possedere: estro creativo, ma anche disciplina e serietà. Una volta fatte proprie, il protagonista può compiere un passaggio identitario. D’ora in poi non si farà più chiamare semplicemente Tony, ma adotterà il suo nome completo, preparandosi a divenire noto in tutto il mondo come lo chef Anthony Bourdain.

Martina Genovese