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Toy Story 4. Il nuovo slancio della maturità

Da quando è arrivata al cinema nel lontano 1995, la saga di Toy Story si è affermata con prepotenza nell’immaginario collettivo. Nessun altro film d’animazione, probabilmente, è stato in grado di rappresentare allo stesso modo la politica autoriale di una casa di produzione e di affermarsi come manifesto dello studio. Toy Story è stato il primo titolo ad essere stato sviluppato interamente in CGI e, in tal modo, ha rappresentato una rivoluzione totale nell’ambito del cinema hollywoodiano riuscendo ad aggiungere un tassello in più ad ogni nuova uscita.

Il terzo episodio del franchise chiudeva alla perfezione le avventure di Woody e Buzz, i giocattoli che hanno accompagnato Andy durante la sua crescita e che si sono ritrovati a fare i conti con il suo coming-of-age. Come definire la propria identità quando il proprietario storico è diventato adulto e non gioca più con i suoi compagni di infanzia? I primi tre episodi della saga seguono ad anni di distanza l’uno dall’altro l’evoluzione dei personaggi, come fossero degli Antoine Doinel del cinema d’animazione, inseriti in un contesto filmico che consente la convivenza tra cinema classico e avanguardia animata. Il digitale, infatti, cerca continuamente i segni del passato e si definisce in base alle immagini che hanno fatto la storia del grande cinema hollyoodiano. In tal senso, Toy Story 3 è davvero un gigantesco contenitore di immaginario che custodisce al proprio interno un’insolita densità di indizi. La Monument Valley, il last minute rescue, i dolly hitchcockiani, la grande fuga e la atmosfere horror abbracciano una ricchezza di significato che proietta il film verso il grande pantheon del passato. È proprio quest’abbondanza di indizi a consentire la sopravvivenza del cinema classico nel contesto dell’avanguardia animata.

Se possibile, Toy Story 4 va persino oltre. Perché, dopo aver ufficialmente chiuso l’arco evolutivo di Andy, il film ha l’estremo coraggio di presentare il dilemma morale che perseguita Woody: chi sono io? Woody, Buzz e Mr. Potato sono dei semplici pupazzi che si caratterizzano in quanto compagni di bambini e che, una volta portato a compimento il loro percorso, cessano di avere un significato o sono portatori del libero arbitrio? È possibile la riconciliazione e la felicità oppure malinconia e vecchi ricordi rischiano di mandare in pezzi le nostre certezze? Toy Story 4 è un film dai significati polivalenti, costruito per un pubblico di bambini e, molto più dei precedenti episodi, per il pubblico il cui arco evolutivo è stato segnato proprio dalla rivoluzione della Pixar. La solitudine e la fine dei giochi di infanzia sono i temi su cui Josh Cooley focalizza la sua attenzione. Woody non è più il giocattolo preferito di Bonnie ma, per senso del dovere, continua ad essere ossessionata dalla sua piccola proprietaria. Ciò che il nostro cowboy preferito non sa è che fuori esiste un universo immane in attesa del nostro arrivo. Ne è la dimostrazione il personaggio di Bo Peep, protagonista di un’evoluzione da lasciare sbalorditi. Nei primi due episodi, la pastorella era a suo agio nel ruolo della ragazza salvata all’ultimo istante dalla compagnia di Woody. In linea con i tempi, adesso Bo è una donna emancipata ed intraprendente in grado di salvare e di orientare le nuove scelte del cowboy.

A fare da contorno è un gruppo di personaggi che spezzano letteralmente il fiato. Duke Caboom è uno stunt-man con il trauma di essere stato rinnegato dal suo bambino perché non in grado di fare il salto nel cerchio di fuoco come nella pubblicità; Gabby Gabby ha un difetto di fabbrica che le impedisce di parlare bene e vorrebbe essere amata da una bambina; Ducky e Bunny sono due peluche che si interrogano sulla loro ontologia e rimangono esterrefatti dalla fuffa che i loro corpi contengono; infine, Forky nasce dalla spazzatura e si chiede se sia un giocattolo o soltanto uno scarto.

Insomma, la Pixar è in grado, ancora una volta, di sparigliare le carte e di dare vita ad un notevolissimo sequel in grado di portare in scena importanti dilemmi morali. Persino Woody, l’assoluto protagonista (o, forse, co-protagonista) della saga è portato ad interrogarsi su sé stesso e sul suo passato, comprendendo che ogni cosa è destinata alla fine, persino i momenti più belli e gioiosi. Fuori ci attende un gigantesco parco di divertimenti verso cui dobbiamo lanciarci per provare a volare verso l’infinito e oltre. In fondo all’abisso per trovare il nuovo.

Matteo Marescalco

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