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Tra il gotico e il melodramma, “The Haunting of Bly Manor” è un’opera ondivaga

Adattamento in chiave contemporanea di Il giro di vite di Henry James, nonostante l’ambientazione prevalentemente anni Ottanta ormai quasi d’obbligo per molte produzioni Netflix, The Haunting of Bly Manor è approdato recentemente sulla piattaforma di streaming proponendoci un qualcosa di simile alla precedente produzione, sul frangente seriale, di Mike Flanagan, ossia The Haunting of Hill House. Facendo entrare di diritto la serie nel genere antologico, qui vengono comunque riproposti diversi degli stessi interpreti di quell’opera, che a sua volta conviveva con un’ingombrante matrice letteraria. Più o meno le medesime atmosfere sono quelle horror, anche se nel caso della nuova stagione sembra essere più importante non tanto il disturbare o lo spavento… Bensì la costruzione di una complessa ragnatela di sovrastrutture fatte di meta-narrazioni, citazioni di altre opere di James, viaggi nella memoria, ellissi temporali e lunghi flashback a tema, come nell’esemplare ottavo episodio quasi totalmente in costume e con fotografia in bianco e nero.

Mike Flanagan durante parte della realizzazione di questa serie sembra sia stato impegnato con la poco convincente “fatica” di Doctor Sleep , sia sequel dello Shining kubrickiano, sia adattamento del romanzo-sequel omonimo prodotto per “far cassa” dal Re del brivido. Dunque si sente in Bly Manor l’importante compresenza del genere femminile, sia a livello di cast, ma anche a livello di produttrici, maestranze varie ed infine registe. Ed il risultato, giunti alla struggente conclusione, è che le cose stiano proprio come dice il personaggio di Flora alla giardiniera Jamie, ma noi lo parafraseremo. The Haunting of Bly Manor è un lunghissimo film di 9 ore che probabilmente avrebbe funzionato maggiormente “a ciclo più breve” (non è un caso che il romanzo si concluda molto prima rispetto alla serie) ed attraversato da temi sicuramente legati al gotico, ma dallo spirito estremamente più melodrammatico, romantico agli eccessi. L’amore saffico, incarnato dal duo Victoria Pedretti/Amelia Eve, forse riuscirà a far presa su un grande pubblico ormai abbastanza smaliziato e avvezzo a questo ormai topos del contemporaneo, ma bisogna far attenzione alle modalità in cui questa liaison viene sviscerata. Nonostante la lunghezza del racconto, non ci si sofferma mai abbastanza dentro le pieghe di questa o altre vicende.

The Haunting of Bly Manor è sicuramente intriso di suggestioni e grandi momenti, tuttavia non è quasi mai contraddistinto dall’approfondimento e dalla specificità che può fornire il romanzo di partenza. I personaggi e piani narrativo-temporali importanti da seguire sono molteplici, forse troppi. E si ha la sensazione che ogni tanto questa serie, come questa casa dei fantasmi britannica, possa perder di solidità – sarà un puro caso, ma ci sono diverse volte inquadrature dei muri danneggiati da crepe. A convincere più di altro sono l’atmosfera generale, la magnetica presenza in particolar modo di Victoria Pedretti, T’nia Miller ed Amelia Eve, così come la fotografia, anche se a volte Flanagan – o chi per lui – eccede con la morbidezza e il patinato, pure quando avrebbe avuto l’occasione di brillare in un bello stile crudo, contrastato, espressionista per così dire, nell’ottavo episodio che precede l’epilogo. Il quale, di contro, ricorda anche per certe citazioni palesi certo cinema di Zemeckis.

Furio Spinosi

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