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Tra sarcasmo e mestizia tre poveri cristi intrappolati negli “Imprevisti digitali”

L’angolo di Michele Anselmi

Segnalo a quella residua fetta di pubblico italiano decisa ancora a frequentare le sale, nonostante tutto, direi quasi valorosamente, che oggi, giovedì 15 ottobre, esce con Officine Ubu una commedia franco-belga, “Imprevisti digitali”, premiata con un Orso d’argento, diciamo minore, alla Berlinale 2020. L’hanno scritto e diretto a quattro mani Benoît Delépine e Gustave Kervern, pare ispirandosi ad alcune rivendicazioni dei “gilet gialli”, anche se non ne sarei così certo.
Come suggerisce il titolo italiano, meno metaforico di quello originale “Effacer l’historique”, si parla di app, cellulari, Facebook, hacker, “like” e presunta dipendenza da tutto questo.
Siamo in un sobborgo francese, categoria piccola borghesia impoverita, dove malamente se la passano la disoccupata Maria, il negoziante (con parrucchino) Bertrand e l’autista Christine. La prima, già incasinata sul piano familiare, si ritrova ricattata dall’amante occasionale di una notte che l’ha ripresa col telefonino mentre facevano sesso; il secondo, sensibile alle telefoniste sexy, è alle prese con una figlia che è stata “bullizzata” dalle amiche a scuola con un video impossibile da cancellare; la terza, mollata dal marito perché vedeva troppe serie tv americane a partire da “Six Feet Under”, non riesce a lavorare perché riceve sempre e solo una stella di giudizio dai suoi clienti.
Insomma, avete capito: in un contesto amarognolo, a tratti surreale, scandito dalle canzoni gentili di David Johnston, la commedia prende di mira una certa economia neocapitalistica di conio digitale, trascinando i tre personaggi stressati in disavventure sempre più buffe o deprimenti.
Blanche Gardin fa Marie, Denis Podalydès fa Bertrand, Corinne Masiero fa Christine: poveri cristi immersi in una luce slavata, forse in cerca d’amore e rispetto, di sicuro incapaci di districarsi in quell’incubo, appunto digitale, che porterà due dei tre a intraprendere strani viaggi all’estero.
Ma il migliore in campo, sia pure nel tempo di un’apparizione, è l’attore fiammingo Benoît Poelvoorde, quasi irriconoscibile nel ruolo di un “rider” ultracinquantenne, sfiancato dalla fatica in bicicletta, che consegna bottiglie d’acqua a domicilio. Condizionato dai tempi e dalle regole imposte dalla ditta, impazzisce letteralmente quando un po’ di caffè, rovesciato dalla maldestra Blanche, sporca il suo foglio di consegna: richiamo sicuro, forse anche una multa o perfino il licenziamento. E il pensiero corre a Uber Italy sulla quale pende, per cose simili, l’accusa di sfruttamento e “caporalato”.

Michele Anselmi

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