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Tre anziani in fuga (forse). Di Gregorio o l’arte della commedia gentile

L’angolo di Michele Anselmi

La canzone di Luigi Tenco non si sente, è solo uno spunto per il titolo del film. Diciamo subito che si ride parecchio, anche se una buffa malinconia attraversa la nuova commedia di Gianni Di Gregorio, la sua quarta, che esce, a cinque anni da “Buoni a nulla”, con Parthénos giovedì 20 febbraio (producono Angelo Barbagallo e Raicinema). Consiglio vivamente di andarla a vedere, perché, pur parlando di settantenni e dintorni, “Lontano lontano” sfodera una sensibilità capace di rivolgersi a tutti, in una chiave dolcemente transgenerazionale.
Di Gregorio lo conoscete: sin dai tempi di “Pranzo di ferragosto” rifà sempre sé stesso al cinema, con minime variazioni, il che gli permette di mettere in scena un vago “oblomovismo” trasteverino, tra elegante e indolente, benché animato da qualche rattrappita aspirazione al cambiamento. Qui il personaggio non ha un nome, si chiama “il Professore”: ex insegnante di latino e greco, con decente pensione, passa le giornate nel quadrante di Trastevere che più gli si confà, con una predilezione per il Bar San Calisto. Non ha mogli o fidanzate, ha adocchiato una bella signora taciturna che vede ogni ai tavolini, ma esita a farsi sotto. Arriva quindi a proposito l’idea pazza di Giorgetto, l’amico squattrinato e scansafatiche con pensione sociale: trasferirsi all’estero, dove la vita è meno costosa e il cambio forse più favorevole. Alla coppia si associa, per un equivoco, l’entusiasta Attilio, che però abita a Tor Tre Teste, quasi un viaggio da Trastevere. Ex giramondo riciclatosi come restauratore di mobili e oggetti strani (pure un totem indiano), l’uomo neanche la pensione ha, però sembra il più deciso dei tre.
Già, ma dove andare? Un vecchio dandy intellettuale, dedito ad alzare il gomito, indica tre destinazioni: Cuba, Bali, Bulgaria. Poi ci ripensa, meglio le isole Azzorre, e a quel punto partono i complessi preparativi.
C’è un racconto alla base del film, scritto dallo stesso Di Gregorio: “Poracciamente vivere”, inserito nell’antologia “Storie della città eterna” (Sellerio). Una telefonata con l’amico Matteo Garrone pare aver fatto il resto. Non siamo dalle parti tristissime di “Umberto D”, l’avrete capito; per quanto variamente disastrati e impoveriti, i tre quasi settantenni, così diversi per esperienze e caratteri, nell’accarezzare quel progetto trovano una voglia di riscatto che li strappa a un rassegnato tedio senile.
Alla sua solita maniera quieta e umoristica, anche “minimalista”, Di Gregorio accarezza tic dei tre anziani, tra una “biretta” e un calice di vino, un panino e una salsiccia, e intanto, nello scandire delle giornate, affiora il personaggio di un ragazzo africano, il fattivo e onesto Abu, che in fondo, per dirla col regista, è “il vero viaggiatore dei nostri tempi”.
Peccato che Ennio Fantastichini, scomparso poco dopo le riprese, non abbia potuto godersi gli applausi che dovunque siglano la proiezione di “Lontano lontano” dopo l’anteprima al Torino Film Festival. Nei panni di Attilio, l’attore trasforma il suo colorito personaggio in una sorta di “archetipo”, ma senza strafare, intonandosi ai silenzi incuriositi del Professore e alla verve popolana del Giorgetto incarnato da Giorgio Colangeli. In partecipazione speciale appaiono Galatea Ranzi, Iris Peynado e uno spassoso Roberto Herlitzka.
Come va a finire? Non sarebbe giusto rovinare la sorpresa allo spettatore. Ma chissà che, nello scrivere l’epilogo, Di Gregorio non abbia ripensato un po’ a “Lettera aperta a un giornale della sera” di Citto Maselli, addolcendo l’asprigno, togliendo l’ideologia sessantottina e aggiungendo un pizzico di speranza sulla natura umana.

Michele Anselmi

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