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“Tre persone mantengono un segreto solo se due sono morte”. Con “The Irishman” Scorsese chiude la sua epopea mafiosa?

La Festa di Michele Anselmi

La battuta non è male. A chi gli chiede come si guadagni da vivere, il killer Frank Sheeran risponde in codice (codice mafioso, s’intende): “Imbianco case e faccio lavori di falegnameria”. Cioè spara in testa alle persone, sporcando di sangue il muro dietro, e le seppellisce in modo che non siano mai ritrovate. Shreeran è “The Irishman”, come sintetizza il titolo del nuovo, molto atteso, film di Martin Scorsese, scritto da Steven Zaillian e tratto dal libro “L’irlandese. Ho ucciso Jimmy Hoffa” di Charles Brandt.
Pienone mattutino alla proiezione per i giornalisti e ricerca disperata dei biglietti per quella serale, pubblica, alla presenza del regista 76enne, che torna, con questo monumentale “gangster movie” di ambientazione italo-americana, ai temi variamente affrontati nella trilogia formata da “Mean Streets”, “Quei bravi ragazzi” e “Casinò”. Non a caso “The Irishman” è stato definito in patria “ultimate”, più o meno definitivo, nel senso che chiude un discorso e corona un genere. Forse un commiato.
Certo tre ore e mezza (210 minuti) sono tante, forse troppe, anche per un narratore fluido, audace e “flamboyant” come Scorsese. Ogni tanto, confesso, m’è accaduto di guardare l’orologio, benché fossi colpito dal magistero registico e dalla bravura degli attori convocati per l’occasione: i veterani “scorsesiani” Robert De Niro e Joe Pesci, con l’aggiunta del “nuovo”, strepitoso, Al Pacino.
Come forse sapete, dopo l’anteprima romana “The Irishman” uscirà “in sale selezionate”, grazie alla Cineteca di Bologna, il 4-5-6 novembre; tre settimane dopo, a partire dal 27 novembre, sarà visibile sulla piattaforma Netflix. Qualcuno protesterà, gridando allo scandalo, ma così stanno le cose; e del resto, se è vero che ha speso qualcosa come 140 milioni di dollari per produrlo, Netflix ha tutto il diritto di sfruttarlo sul piano commerciale come meglio crede. Negli Usa invece, causa Oscar, sarà nelle sale per un mesetto.
Costruito sapientemente a scatole cinesi, con un flashback dentro l’altro a evocare l’andirivieni del tempo, più un incipit e una coda in un ospizio negli anni Novanta, “The Irishman” è Scorsese allo stato puro, forse con un minore compiacimento, rispetto al passato, sul fronte della violenza (le sparatorie sono rapide, si muore subito, non ci sono laghi di sangue o teste prese a mazzate).
Ormai vecchio e malato, Sheeran confida a sé stesso, quindi allo spettatore, come cominciò la sua militanza mafiosa nei lontani anni Cinquanta. Era un camionista, piuttosto sveglio e senza scrupoli: l’incontro occasionale col diabolico boss Russ “McGee” Bufalino lo proiettò nell’aristocrazia dei sicari, e di lì avvenne il gran salto come guardia del corpo e collaboratore/amico di Jimmy Hoffa. Sì, il mitico e famigerato capo dell’International Brotherhood of Teamsters, il “sindacato” degli autotrasportatori temuto da tutti.
Tra i finanziatori del presidente Kennedy, ma poi acerrimo nemico del fratello Bobby che lo indagò, Hoffa fu un leader a suo modo carismatico, per quanto discusso, invischiato in attività criminali, finito pure in carcere quattro anni per frode prima di essere ucciso il 30 luglio 1975. Il suo corpo non è mai stati ritrovato. Jack Nicholson e Sylvester Stallone l’hanno già incarnato al cinema, ma Al Pacino li surclassa per bravura, immedesimazione, presenza fisica e vocale; mentre, senza nulla togliere alla loro prova, De Niro e Pesci vanno un po’ più sul sicuro, replicando in parte ruoli già interpretati, nei panni del “soldato” Sheeran e del “catanese” Bufalino.
Naturalmente il film è divagante, rapsodico, si nutre di episodi marginali, di dettagli di cronaca non del tutto chiari allo spettatore italiano, il tutto dentro una messa in scena sontuosa, dai riflessi vagamente shakespeariani sul tema del tradimento e della colpa, con una punta di Tarantino nella chiacchiera. Intanto, connessi alle vicende familiari e pubbliche dei personaggi, cruciali passaggi storici vengono evocati da Scorsese: l’impresa fallimentare della “Baia dei porci” a Cuba, l’assassinio di Kennedy, lo scandalo Watergate, eccetera.
Sembra che un gran lavoro di post-produzione sia stato fatto sul versante degli effetti speciali computerizzati, specie per “ringiovanire” gli attori nelle sequenze ambientate più indietro nel tempo. Ogni tanto De Niro, qui con gli occhi cerulei perché fa più Irlanda, sembra uscire da uno di quei film d’animazione realizzati con la tecnica detta “motion capture”. Ma in generale, magari senza troppo entusiasmo, si sta al gioco dell’affresco criminale secondo i canoni e l’estetica di Scorsese, si ammira la fotografia non effettata di Rodrigo Prieto e si apprezza l’accurata ricostruzione d’ambiente, tra scenografie, abiti e pezzi musicali. Poi, certo, gli italo-americani non escono granché bene da tutta la faccenda, ma questa non è una novità.
Dimenticavo. Altra frase non male che echeggia nel film, quasi un distillato di sapienza mafiosa: “Tre persone mantengono un segreto solo se due sono morte”.

Michele Anselmi

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