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“Troisi poeta Massimo”. Venticinque anni dopo una bella mostra lo ricorda

L’angolo di Michele Anselmi 

Ciascuno custodisce il “suo” Massimo Troisi: una battuta, uno sguardo, una mossa, un silenzio, una sospensione, una grattata di capelli. Ma credo pure che ciascuno ritroverà qualcosa del Troisi che ama visitando la mostra romana che si apre il 17 aprile al Teatro dei Dioscuri al Quirinale (via Piacenza 1), lo spazio ristrutturato e gestito da Istituto Luce-Cinecittà.
Il titolo recita: “Troisi poeta Massimo”, e le maiuscole in questo caso servono a definire meglio il gioco di parole, che poi solo tale non è. Perché Troisi fu poeta davvero, anche nel senso della scrittura poetica, non solo della compiutezza artistica.
Curato da Nevio De Pascalis e Marco Dionisi, con la supervisione di Stefano Veneruso, nipote dell’attore-regista, l’omaggio nel venticinquennale della morte, avvenuta il 4 giugno 1994, durerà fino al 30 giugno 2019.
C’è di tutto, suddiviso in quattro stanze più un palcoscenico: fotografie private, immagini d’archivio, poesie, sketch, locandine, installazioni audio-video, interviste, carteggi personali inediti, oggetti, canzoni, anche uno spettacolo dal vivo, per ricordare colui che fu giustamente definito “un mito mite”.
“Massimo sapeva stare al mondo rendendo gradevole la vita dei suoi amici e della gente che gli era cara, senza sfiorare mai gli altri con le sue angustie” scrisse sulla prima pagina de “l’Unità” Gianni Minà, all’indomani della sua morte causata da un cuore ormai stanco, estenuato.
Ricordo bene quel giorno, come se fosse oggi. Un sabato di giugno, già pigramente afoso e assolato. La notizia mi raggiunse in redazione verso le cinque del pomeriggio, a pagine chiuse, mentre meditavo di uscire anzitempo dal giornale. Fu l’inferno. Ebbi la prontezza di telefonare subito a Carlo Verdone, sperso da qualche parte in Toscana con la sua nuova Lotus e una bella ragazza, e mai come quella volta il cellulare, allora poco in voga, si dimostrò utile per raccogliere, nella sofferenza evidente del comico, l’intervista che avrei usato per le due pagine da confezionare in fretta.
Piaceva a tutti Troisi, anche a chi non capiva del tutto la sua stralunata idea di comicità o aveva poco dimestichezza col dialetto napoletano (benché lui fosse di San Giorgio a Cremano). A suo modo, per dirla con Ettore Scola che lo volle in tre film, stringendo con lui un’amicizia quasi paterna, è stato un intellettuale vero, non “un acculturato”. Pure un artista consapevole dei propri difetti, specie sul fronte della regia cinematografica. C’è un pannello, nella mostra, in cui Troisi confessa candidamente: “Conosco bene i miei limiti: lungaggini, ripetizioni, salti logici. Il cinema che faccio è un prodotto artigianale, un po’ storto, imperfetto, come i vasi di ceramica fatti in casa. Chi viene comprarlo lo sa. Del resto, io, Verdone, Nuti, Benigni, ci siamo buttati nella regia proprio per difendere i nostri difetti. Allora ci si muoveva in una specie di terra di nessuno”.
Erano i cosiddetti “malincomici”, con la emme, dalla proverbiale definizione del critico Stefano Reggiani, e forse Troisi, crescendo, diventò il più “malincomico” di tutti, basterebbe vedere la sua ultima, affaticata, toccante prova nel film che uscì postumo: “Il postino di Neruda”.
La mostra custodisce gustose curiosità, inclusa una lettera inviata a Troisi da un ventunenne e ancora del tutto sconosciuto Paolo Sorrentino, sconfortato da una prima esperienza romana e rispettoso nel chiedere al divo già affermato di “poter lavorare nel suo prossimo film in qualità di aiuto o di assistente alla regia”.
Chiudo queste poche righe con una poesia, tratta da “Comico per amore” di Matilde Hochkofler (Gli Specchi Marsilio), che Troisi scrisse nel 1971, appena diciottenne, pochi mesi dopo la morte dell’amatissima madre. Credo confermi quanto teorizzato dal titolo della mostra romana.

Io sciupai il tuo candido seno di giovane madre,
di donna piacente
rubai allo specchio la tua bellezza.
E nelle tue mani sempre più vecchie, fotografie.
I discorsi di mio padre li ho imparati a memoria
fosse per lui crederei ancora ai libri di scuola.
Con te debbo ricontrarmi in un fiume nero
e tra fiori e marmi ritorna il rimpianto.
La guerra ti tolse dalle labbra il sorriso
io cancellai anche quel po’ di rossetto.
Ti vedevo gigante, poi un rivolo di saliva all’angolo della bocca.
E ti vidi bambina, ti vidi morire e tra fiori e marmi
tra un pugno e un bacio, tra la strada e il mio portone
tra un ricordo e un giorno nero
torna e vive anche il rimpianto.

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