A inizio duemila, non avendo ancora progettato la sua gustosissima autobiografia “Life”, per schermirsi dalle aspettative Keith Richards ebbe a dire che prima di scrivere le proprie memorie uno dovrebbe ricordarsele. Però poi anche lui ha ceduto alla tentazione e le ha pubblicate le sue memorie. Quanto vere fossero non si sa, ma restano comunque uno spasso da leggere.
M’è venuta voglia allora di vedere come se la cavano i rocker o ex rocker nostrani nel raccontare la propria vita. Per soddisfare la mia curiosità ho scelto “Una storia” di Luciano Ligabue, “La versione di Vasco” di Vasco Rossi e “Sognai talmente forte” di Massimo Bubola. Ligabue dimostra di essere il più dotato nella prosa dei tre. Gli episodi riguardanti la sua infanzia a Correggio sono narrati da una penna in stato di grazia. Chi come me proviene dalla provincia non stenta a riconoscersi in una realtà campagnola che probabilmente non esiste più, fatta di sfide con fionde e cerbottane. Io quasi ci rimisi un occhio una volta che Eddy, il robustissimo figlio del panettiere, con tutta la forza dei suoi polmoni mi soffiò contro una pallina di Das a distanza ravvicinata, dalla sua cerbottana. Una delle prime canzoni di Ligabue s’intitolava “Io, la mia mucca e tu”, un testo che parla di merda di vacca, ennesima testimonianza di come il suo immaginario sia intriso delle atmosfere tipiche di un paese. Ancora una volta mi ci riconosco. La forza della sua prosa sta nel fatto che sembra stia parlando in modalità “da me a te”. Io le sento immediatamente mie le sue parole perché ricordo che davanti alla mia casa d’infanzia si svolgeva ogni mercoledì mattina il Foro Boario, cioè il mercato delle vacche. Appena aprivamo le finestre al risveglio l’intero appartamento veniva inondato da un odore irresistibile di merda di vacca che permeava tutti gli ambienti, tanto che io recandomi a scuola ogni tanto mi annusavo il maglione per assicurarmi che non vi fosse rimasto qualche rimasuglio di odore di sterco. Tuttora mentre sto per esempio viaggiando in macchina in un tratto di campagna dove hanno appena concimato, mi piace respirarne l’effluvio a pieni polmoni perché sento aria di casa mia. C’è poco da fare, l’ha proprio azzeccata il grande bluesman Buddy Guy nei suoi versi “you may get me out of the country / but you will never get the country out of me” (“potete tirarmi fuori dalla campagna / ma la campagna mi rimarrà dentro comunque”). È questa la forza della prima parte del libro di Ligabue. Purtroppo nella seconda parte cede gradualmente ai luoghi comuni, primo fra i quali l’esagerato mito della compagnia, a mio avviso una delle trappole peggiori che hanno ingabbiato la mentalità italiana. Ligabue ha un forte senso del gruppo, o meglio della “truppa”, come la chiama lui. Si cresce insieme, ci si conosce a fondo, non ci si tradisce eccetera. Ma io ritengo che questa leggenda sul restare uniti vada sfatata o ridimensionata. Ho il sospetto che man mano che diventiamo adulti siano più i rimpianti e le incomprensioni a caratterizzare i rapporti con i nostri vecchi compagni d’avventura. Ligabue invece propone un quadro tutto sommato idilliaco a cui riesce difficile credere fino in fondo. Dal conseguimento della fama in poi sembra dirci che le cose in fondo non sono cambiate ma la sua scrittura perde mordente e si appiattisce su aneddoti riguardanti la sua brillante carriera che poco ti fanno capire in quale tipo di mondo lui stia vivendo.
“Mi si escludeva” recita una delle canzoni più franche mai composte da Vasco Rossi, dove lui dimostra di avere una visione meno conformista del concetto di gruppo. Vasco si schiera dalla parte di quelli che sono rimasti fuori, non sono stati accettati dalla combriccola. Benché infarcite della loro buona dose di frottole e banalità – specie nella solita tiritera sui politici che pensano solo al loro tornaconto – le sue memorie hanno il pregio di presentarsi come dichiaratamente “false” fin dall’inizio, e di esprimere un vero e proprio disagio esistenziale verso lo status quo. Vasco Rossi s’interroga sul proprio ruolo, ammette di sguazzare nella confusione, racconta un numero limitato di balle ma comunque ne racconta. I suoi ragionamenti prendono il volo quando, da persona di buone letture, si avventura in disquisizioni in ambito filosofico. In fondo non gliene frega più di tanto di rivangare le solite idiozie sull’infanzia. Nelle pagine centrali del libro ha addirittura l’ambizione di comporre un manifesto futurista della nuova umanità, quella che noi siamo e che secondo lui ha ormai perso la fede in un creatore divino. Gli piace citare la seguente massima di Michel Houellebecq: “la vita, comunque la vivi, finirà per spezzarti il cuore”. Alla pari di Houellebecq ritiene che la scienza abbia ormai preso il posto delle religioni e scrive che “già da tempo essa guida le nostre scelte, i nostri comportamenti. Le nostre idee, le nostre convinzioni oggi non si basano più su verità assolute immutabili, stabilite da antiche filosofie o da libri sacri. Si basano su concetti scientifici, validi…fino a prova contraria”. Mi ricordo che Houellebecq nel suo romanzo Le particelle elementari era arrivato a rivalutare il culto positivista fondato da Auguste Comte, un filosofo ormai caduto nel dimenticatoio, secondo cui una società priva di religione non sarebbe mai riuscita ad autoperpetuarsi. Il positivismo comtiano si proponeva di secolarizzare il cattolicesimo rifiutando la fede ma mantenendone la morale: una religione dell’umanità che valorizzava l’individuo soltanto se visto in funzione della società. La Chiesa di Comte, consapevole di non possedere una rivelazione valida una volta per tutte, non aveva altro contenuto che le provvisorie verità della scienza. Il dominio del clero ateo positivista serviva a inculcare la felicità alle masse, una libertà obbligatoria dalla quale non era lecito sgarrare, pena la scomunica sociale. Se Comte ha rasentato il ridicolo inventandosi il concetto di “sociocrazia”, Vasco Rossi non è da meno quando si inventa una sua religione futurista con tanto di comandamenti. Il primo è quello che bisogna avere rispetto per se stessi. E fin qui poco male. Poi si prosegue definendo l’uomo nuovo “un essere capace di creare ordine dal caos e di modificare la realtà nella quale vive. L’unico vero Dio è lui. Ora deve stabilire dei patti con se stesso e sa di aver bisogno di illusioni. Quindi fa il primo patto con le emozioni e sceglie la più grande delle illusioni: l’amore”. Parole tanto accattivanti quanto fumose. Vasco Rossi si autodefinisce un “social rocker” e si dà nuove regole. Il matrimonio, per esempio, lo chiama “progetto”. S’illude che il “suo” pubblico sia composto da persone speciali (“un’altra razza, un’altra storia”) che capiscono il suo messaggio. Sta forse dicendo che il concerto è un rito, e lui il sacerdote laico in una versione postmoderna e omologata di messa cantata, con tanto di officianti e fedeli al seguito?
La più grande delusione l’ho avuta leggendo “Sognai talmente forte” di Massimo Bubola, un’autobiografia camuffata perché l’autore si nasconde dietro l’alter ego di un certo Callimaco, ma si capisce benissimo che è lui. Quel che non si capisce, o almeno io non ho capito, è dove il racconto vada a parare. La narrazione, di un’intensità esasperante, punta molto in alto veleggiando tra astrazioni e saccente erudizione, autocelebrazione e ostentazione del dolore. Bubola cerca forse di spiegarci il significato recondito delle sue canzoni, vere e proprie pietre miliari che sono ormai entrate a far parte del nostro sentire comune, ma avrebbe forse fatto molto meglio a non ritornare sull’argomento. Molte sue canzoni, bellissime, stanno in piedi da sole. Perché costruirci sopra un’esegesi o un inutile pippone? Perché assumersi il ruolo di chi ti spiega il motivo delle stragi e degli olocausti nella storia umana, addirittura – in un’indubbia caduta di gusto – arrivando a infliggerci la sua personale spiegazione del suicidio di Primo Levi? In un articolo intitolato “Da Omero a Dylan” pubblicato il 12 ottobre 2022 Massimo Bubola omaggiava Leonard Cohen dicendo che “Cohen ci ha insegnato a mostrarci scoperti e a essere coraggiosi, a non nasconderci nella verbosità ampollosa, leziosa e rimirantesi nella morta pelle di tanta letteratura stitica”. Perché Bubola ha voluto peccare di presunzione e non ha fatto tesoro delle sue stesse parole? Leonard Cohen ha saputo raccontarci la sua vita attraverso la sua opera senza nascondersi dietro un’autobiografia. In fin dei conti un rocker che bisogno ha di scrivere le proprie memorie se è già tutto perfettamente descritto nelle sue canzoni?

Marco Zoppas