Vincerà Sorrentino l’ambita statuetta come Miglior Film Straniero con il commovente “È stata la mano di Dio”? È una domanda che mi sono posta subito dopo la visione di “True Mothers”, diretta dalla regista giapponese Naomi Kawase e candidata all’Oscar nella stessa cinquina del film prodotto da Netflix e vincitore del Leone d’Argento all’ultima edizione del Festival di Venezia. Perché sebbene quella del regista nostrano sia una pellicola ineccepibile nella regia, nella recitazione e, soprattutto, nel rappresentare con il giusto pathos – evitando così di ricorrere all’uso di quei retaggi tipici della cultura della Magna Grecia nell’elaborazione di un lutto – e sia uno struggente ed intimo racconto su un suo dramma familiare e sulla sua formazione di regista, nella cinquina in corsa per l’Oscar come Miglior Film Straniero c’era anche la splendida pellicola che rappresentava il Giappone nel ricordo, proprio in occasione dell’evento cinematografico più prestigioso made in U.S.A., di Hiroshima, il dramma dell’ intero popolo giapponese, madre di tutte le barbarie belliche.

“True Mothers” non è solo una riflessione sulla maternità, ma anche un invito alla riappacificazione, come ben mostrato dalla regista nel finale del film dove Satoko, la madre adottiva, mostra il piccolo Asato a Hikari, la madre biologica, che l’aveva partorito in una clinica privata quando aveva appena quattordici anni e frequentava la terza media, e alla quale i genitori adottivi avevano affibbiato il nome di “mamma Hiroshima”. Distribuito da Kitchen Film, la pellicola, nelle sale dal 13 gennaio, è un’opera decisamente femminile che, ispirata dal romanzo “Ada Ga Muro” attribuisce le responsabilità della mancata fertilità non alla sposa, ma allo sposo, che mostrando la sua disgrazia, senza fare karakiri come un samurai, la lascia libera di diventare mamma.

E ritornando al quesito iniziale, sebbene le due pellicole non possano essere messe a confronto per ovvie e molte ragioni, quella giapponese, seppur delicata e raffinata (come non commuoversi per la scena tra i due giovani adolescenti che si giurano amore eterno con i braccialetti o per quella finale) prediligendo le inquadrature fisse, con primi e primissimi piani, è pressoché priva (ad eccezione della panoramica dell’Oceano, evocativa di natività) delle maestose panoramiche di memoria felliniana che invece impreziosiscono la pellicola del regista partenopeo rendendo “È stata la mano di Dio” un grande film hollywoodiano. Aspettando la Notte degli Oscar.

Alessandra Alfonsi