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“Tutti pazzi a Tel Aviv”. Israeliani e palestinesi in forma di soap-opera

L’angolo di Michele Anselmi

Mentre “Sarah & Saleem” di Muyad Alayan è ancora nei cinema, e spero vi resti, un altro regista palestinese, Sameh Zoabi, si misura con la stessa materia, pescando nelle contraddizioni di uno dei più dolorosi e insolubili conflitti della storia recente. Basterebbe pensare alla recrudescenza di domenica scorsa, con corposo lancio di missili da parte di Hamas, dura reazione israeliana e almeno 25 vittime. Solo che “Tutti pazzi a Tel Aviv”, nelle sale da giovedì 9 maggio con Academy Two dopo un passaggio a Venezia 2018, sceglie a sorpresa la chiave della commedia, per quanto dal retrogusto amarognolo e allusivo, e vai a sapere come il pubblico italiano reagirà.
Intanto incuriosisce, positivamente, che nella formula produttiva sia coinvolto Israele, insieme a Francia, Belgio e Lussemburgo; a dimostrazione che anche in quei devastati territori la parola “democrazia” fa la differenza.
Dopo uno spiazzante prologo dai colori vividi e “flou”, Zoabi rende subito chiari i due livelli del racconto. Da un lato c’è una popolare soap-opera tra romantico e spionistico, “Tel Aviv brucia”, ambientata nel 1967, prima della “guerra dei 6 giorni”, che si gira a ritmi serrati e pochi soldi in uno studio di Ramallah. Dall’altro c’è la scombinata esistenza del trentenne Salam, che fa l’assistente su quel set e due volte al giorno deve attraversare il rigido check-point israeliano, vivendo egli a Gerusalemme.
Salam è un po’ lo sguardo del regista, anche l’occhio dello spettatore. Spacciatosi per sceneggiatore della soap con l’ufficiale israeliano Assi che comanda il posto di blocco, il giovanotto si ritrova presto in una situazione imbarazzante. Il vecchio zio Bassam, produttore e sceneggiatore di “Tel Aviv brucia”, sta preparando un finale di stagione di segno tragico, rigidamente filo-palestinese, avendo egli combattuto la guerra del ’67 e firmato gli accordi di Oslo; mentre l’entusiasta Assi, che divora ogni puntata insieme alla moglie, esige di imprimere alla vicenda di finzione una svolta rosea, addirittura un matrimonio vero, senza detonatore nei fiori, tra la bella spia palestinese e il baffuto generale ebreo.
Dietro il tono lieve, pure buffo e farsesco, con citazioni da “Il mistero del falco” e riferimenti a “Romeo e Giulietta”, il film racconta l’affannoso sbattersi del povero Salam tra i rigori militari dell’occupazione israeliana e una certa retorica palestinese. La soap diventa così il contenitore iperbolico nel quale far confluire, cercando di trovare la quadra, i due diversi punti di vista sul conflitto. Pare facile. Da quelle parti anche solo dire di una bella donna “Sei una bomba” può essere fonte di rischiosi equivoci…
Il film maneggia l’argomento delicatissimo con l’aria di voler evocare soprattutto uno stato d’animo, un senso di irresolutezza. Per dire: l’hummus arabo richiesto da Assi è una sorta di incubo per Salam, avendo egli dovuto cibarsi per un mese intero, all’epoca della prima Intifada, esclusivamente con quell’alimento.
Gli interpreti, da Kais Nashif a Yaniv Biton, da Lubna Azabal a Nadim Sawalha, si intonano al clima ilare, un po’ troppo naïf per i miei gusti, della commedia, benché tutto giri attorno a una battuta chiave che il regista fa dire allo strattonato Salam: “Le bombe o la resa sono l’unica alternativa?”.

Michele Anselmi

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