Tra le strenne natalizie consigliate ai nostri lettori, spetta un posto particolare a “Il piccolo diavolo e l’acqua santa. Roberto Benigni dalla dissacrazione al politicamente corretto” di Alfredo Marasti (Falsopiano, 2022), uno di quei saggi che riconciliano con la critica o, ancora meglio, con la riflessione sulla cultura e l’immaginario. A partire dalle parole dell’artista toscano, Marasti licenzia la prima monografia completa dalle origini dissacranti alle lezioni-spettacolo degli ultimi due decenni passando per la consacrazione mondiale di “La vita è bella”. Di seguito, la nostra chiacchierata con Marasti.

Perfettamente sintetizzato dal titolo che fa riferimento al “diavolo”, citando una delle sue commedie più riuscite, e all'”acqua santa”, il tuo saggio analizza il sorprendente cambio di rotta di Roberto Benigni dalla dissacrazione al politicamente corretto. Quali sono le condizioni storico-sociali che fanno da sfondo a quella che nel testo si definisce la “metamorfosi involutiva di un intellettuale”?
Alfredo Marasti: Non credo che Benigni sia direttamente responsabile di una crisi culturale che vediamo peggiorare da anni, intesa come riduzione di ogni complessità, incultura diffusa e tendenza ad anestetizzare ogni dissenso; ma la sua metamorfosi artistica può esserne un cartina al tornasole, un puntuale riscontro. Non potendo ovviamente sapere cosa gli passa per la testa, nel suo graduale ma definitivo cambiamento io leggo soprattutto la progressiva emersione di un bisogno compensativo tipicamente italiano e profondamente cattolico – opposto, ma anche conseguente, all’irriverenza dei primi tempi – che l’ha portato a rattoppare, pezzo dopo pezzo, quel senso del sacro di cui aveva smascherato l’assurdità e gli aspetti più ridicoli.
Paolo Poli diceva che Benigni è cambiato radicalmente quando ha sposato Nicoletta Braschi, che «c’ha un Papa in famiglia» (Pio VI); in realtà lo stesso Benigni l’ha detto mille volte d’essere cambiato “grazie a lei”…
D’altra parte le condizioni storico-sociali, a volerle vedere, ci sono: tra il Berlinguer-spaventapasseri assemblato da Cioni in “Berlinguer ti voglio bene” (1977) e il Berlinguer vero, preso in braccio da Benigni un anno prima della prematura scomparsa, un ciclo si stava chiudendo. Mentre la Prima Repubblica crolla sotto il peso di Tangentopoli e della propria stessa vecchiezza, mentre cessa ogni serio tentativo di mettere in discussione il sistema capitalistico e liberale, la Chiesa con Wojtyla ha un certo ritorno d’immagine e i fedeli cessano di rappresentare un bacino elettorale stabile (avevano cominciato già da anni a votare più per il PCI che per la Democrazia Cristiana); spostandosi la sinistra al centro, sempre più in odore di santità e vangelo, si sono spostati anche molti artisti, e tra loro Benigni, anche se mi rendo conto che questa spiegazione può essere semplicistica. Dapprima il “piccolo” – grande – “diavolo” continuò a variare sui soliti temi: se prima se la prendeva con Craxi, Fanfani e Andreotti, ora ripeteva i monologhi basandoli su Berlusconi, Sgarbi, Ferrara. Ma di lì a poco avrebbe visionato “La vita è bella” in proiezione privata con quello stesso “Wojtylaccione” che pochi anni prima gli aveva procurato non poche grane giudiziarie.

Le collaborazioni con Giuseppe Bertolucci e Vincenzo Cerami dividono in maniera netta il percorso di Benigni, incarnando, da un lato, il furore iniziale, dall’altro, la normalizzazione di un’idea di cinema (e di scrittura) “per tutti” fino a diventare il cantore dell’amore tout court, da “La vita è bella” in poi. Cosa ne pensi?
A.M.: Sicuramente la cesura netta cui fai riferimento esiste, ma è un equivoco che Cioni Mario fosse un personaggio in qualche modo auto-celebrativo: per quanto dirompente, la realtà di provincia descritta con Bertolucci in “Berlinguer ti voglio bene” (rievocata qualche anno fa da una bellissima mostra dentro Palazzo Pepoli a Bologna) non era qualcosa a cui Benigni mostrasse di voler tornare, descrivendola anzi con accenti quasi mostruosi, pur essendovi legato indissolubilmente per questioni autobiografiche. Alla fine del film Cioni rimane prigioniero a Vergaio per sempre, ma il vero Benigni se n’era allontanato da tempo. Già il personaggio benignano che io personalmente preferisco, quello di “Tu mi turbi”, aveva un’altra dolcezza, persino mentre faceva della dissacrazione: questo perché non si scagliava contro l’individuale disposizione a speculare sul senso della vita, con simboli più o meno inerenti alla spiritualità, però ridicolizzava impietosamente i dogmi più sciocchi della religione, allo scopo dichiarato di “turbare”, immaginando un Dio a immagine dell’uomo (peraltro soprannominato Guido) senza il peso di credere del tutto o in parte a qualche testo sacro. Poi ha voluto fare il percorso inverso, riportando tutto alle alte sfere, come si vede esaminando i personaggi interpretati da sua moglie Nicoletta Braschi: simpatici, sensuali e grotteschi nei primi film, inespressivi noiosi e virginali  negli ultimi. Con Cerami Benigni ha poi reinventato Chaplin in modo a tratti geniale, finché, con la seconda metà del film “La vita è bella”, si è posto di fronte al lager e all’Olocausto come aveva fatto con la Sicilia e la mafia in Johnny Stecchino, cioè adattando il contesto alle leggi del comico. E qui si apre un discorso lunghissimo, che nel libro approfondisco dettagliatamente, sempre motivando le mie osservazioni.

L’attività di divulgatore di Benigni, che ha toccato testi sacri della cultura italiana, ne ha in certo modo messo in pausa l’attività registica, se si pensa che “La tigre e la neve” risale ormai al 2005. Credi che il successo di “La vita è bella”, non replicato dai due successivi lungometraggi, abbia avuto rilevanza in questa decisione?
A.M.: Penso abbia giocato maggiormente la scomparsa di entrambi i suoi sceneggiatori storici, Cerami e Bertolucci; a parte questo, credo che quella di non proseguire con i film da regista sia stata una scelta del tutto consapevole, in piena sintonia con l’esaurimento di un certo repertorio e di un certo personaggio. Se ci fai caso, su questo punto gli ultimi tre film sono drastici, definitivi: “La vita è bella” si conclude con la morte tragica del clown, “Pinocchio” con Benigni che entra a scuola come “ragazzo perbene”, pronto a rispettare le regole (mentre l’ombra del burattino se ne va per sempre); infine “La tigre e la neve”, che da un lato mette in scena il matrimonio totalizzante e definitivo con la Braschi-Fata, dall’altro fa morire suicida un personaggio in apparenza del tutto inutile (Fuad, interpretato da Jean Reno), ma che in realtà rappresenta probabilmente un “doppio” del protagonista Attilio, la metà di Benigni ancora disposta a vedere il lato oscuro e cattivo delle cose, con meno idealizzazioni. Ucciso il clown, ucciso il burattino, ucciso lo sguardo critico sulle cose, che restava da dire? Forse avrebbe potuto dedicarsi maggiormente al ruolo di attore, con personaggi meno autobiografici, come quando ha fatto Geppetto per Garrone; oppure avrebbe potuto calarsi nei panni di Dante, ma sarebbe stato un progetto molto dispendioso e molto megalomane. Chissà che prossimamente non ci sorprenda, ma ormai ne dubito. Da regista è stato molto coerente, non ha voluto ripetersi, come invece ha iniziato a fare da vent’anni sul palco: solo apparentemente Benigni ha scritto e prodotto altri spettacoli dopo il “TuttoDante”, in realtà ha replicato all’infinito lo stesso monologo, con la stessa struttura, aggiustandolo in base a qualsiasi testo di cui si sia trovato a presentare – si fa per dire – l’“esegesi”, sempre zuccheroso, per nulla complesso. Il Benigni attuale, sia come divulgatore sia come personaggio, manca di conflitto, e senza conflitto non si muove nulla; già “La tigre e la neve” soffriva molto in tal senso, con la guerra in Iraq appiccicata sullo sfondo, puro pretesto narrativo per fargli salvare la Braschi. In questo senso, certo, ha pesato il confronto con “La vita è bella”, specie oltreoceano: sul “New York Times” scrissero che la guerra per Benigni «è solo un’altra commedia romantica che attende di essere filmata», e che quel film era un affronto all’intelligenza del pubblico. Non avevano tutti i torti.

I testi che Benigni ha recitato, in un’ampia opera di divulgazione che ha pochi uguali nella storia della televisione italiana, vanno dalla Divina Commedia alla Costituzione, dal Canto degli Italiani fino alla Bibbia e al Cantico dei Cantici, toccando “aree” culturali che possono essere riferite a diversi orientamenti politici. Possiamo parlare di questo sguardo multidirezionale?
A.M.: Basti dire che per Benigni la Commedia è il poema del “desiderio” (non del peccato), la Costituzione è la legge del “desiderio” (non c’è sfumatura critica), i Dieci Comandamenti sono una tappa sulla strada del “desiderio” (persino quando il richiamo è palesemente a non desiderare); un concetto e le sue ramificazioni gli bastano per impostare delle supercazzole pazzesche. Nel libro ci sono decine di esempi. Mentre un tempo ci mostrava come i politici giocassero con le parole per fregare il popolo (vedi i finti comizi delle origini, con Monni, oppure gli sketch sui nomi dei partiti Democrazia Cristiana e Forza Italia), oggi è lui a giostrarle, nemmeno benissimo, allo scopo di intortare il pubblico. Il vero problema, però, non sta nemmeno in questo tentativo “multidirezionale” e malposto di mettere d’accordo, quasi “sincreticamente”, la destra con la sinistra, la Bibbia con la Costituzione, il Medioevo con il contemporaneo, anche perché Benigni per fortuna non è sceso direttamente in politica e dunque, come ho già detto, non ha grandi responsabilità: il problema sta nella frequenza con cui dice non delle inesattezze, ma delle assurde panzane, che il giorno dopo vengono trasversalmente applaudite con il sostegno di papi e presidenti della Repubblica, in una specie di grande allucinazione. E qui è fondamentale chiarire un aspetto: Benigni è tutto fuorché – come sostengono molti suoi detrattori poco attenti – ignorante. Lui sa perfettamente che il Tricolore non nasce dall’epoca di Dante bensì da quella napoleonica, che il Talmud, la Bibbia e il sesto comandamento non sono affatto testi contro il femminicidio, che Dante non intende celebrare il desiderio, bensì epurarsi dal peccato, che non c’è nulla di scandaloso nel fatto che il Cantico dei Cantici parli di sesso, essendo sesso tra due santi sposi; ma inventa cose, fa accostamenti impropri e “indora la pillola” per rendere l’autorità e il potere (divino o terreno che sia) digeribile dal pubblico. Del tutto consapevolmente e premeditatamente, quando l’etica cattolica tocca temi potenzialmente indigesti per lo spettatore medio – come il peccato o la dannazione eterna – Benigni ne fa un distillato, togliendo gli elementi più dogmatici e normativi e mantenendo quelli connessi alla pietà e all’amore; però lo fa solo con Paolo e Francesca, dicendo, nella versione televisiva del Canto V, che alla fin fine «l’inferno è vuoto»; perché l’amore tra Paolo e Francesca, per quanto peccaminoso, ha un buon riscontro televisivo e permette di rifarsi al “desiderio”. Se però si vanno a vedere gli episodi in cui Benigni parla dei cerchi danteschi dedicati per esempio ai sodomiti, ai suicidi o ai bestemmiatori, si scopre che invece loro all’inferno ci resteranno per l’eternità, perché hanno peccato. Mah!

Da dove nasce l’idea di “Il piccolo diavolo e l’acqua santa” e a cosa stai lavorando ora?
A.M.: Nasce dal tentativo di indagare una delusione personale, ma senza preconcetti e senza “macchina del fango”. Leggevo ovunque critiche impietose a Benigni, che istintivamente percepivo come fondate, ma di cui non condividevo affatto le modalità e le motivazioni: con i toni tipicamente esasperati della gogna social-mediatica, un artista importante veniva volgarmente insultato e dileggiato per questioni politiche, per essere meno graffiante di un tempo, per essere cambiato, per non essere stato coerente. Ma un artista non deve essere coerente, e in generale mi pareva che tutto il dibattito su Benigni restasse molto in superficie. E infatti, per reazione opposta e contraria, come sempre accade in Italia, si è arrivati a esaltarlo acriticamente, santificandolo come un poeta e come un genio, in base alla seconda metà della sua carriera, che per assurdo mi appariva quella più blanda, monotona e culturalmente regressiva. L’unica soluzione possibile mi è sembrata quella di scavare nei testi, in questa pretesa “divulgazione” ormai quasi trentennale, per cercare di chiarire cosa esattamente Benigni ci abbia detto non come comico, ma come divulgatore mainstream: i risultati della mia ricerca, più che deludenti, li definirei agghiaccianti. Parola per parola, fotogramma per fotogramma, si vede chiaramente la mutazione di un comico – che originariamente, nella sua incoerenza, sapeva essere un corpo estraneo nel circo italiano/cattolico/sanremese – in prete televisivo, in organizzatore di consenso: si va dal culto dell’inno nazionale e della bandiera, al paternalismo “perdonante” nei confronti degli omosessuali, all’esaltazione del monoteismo («Non avrai altro Dio all’infuori di me»), persino alla celebrazione acritica dei Savoia.  Stavolta non c’è un Benigni a irrompere nella classe, travestito da ispettore scolastico con la fascia tricolore, per ridicolizzare le derive del nazionalismo: l’ispettore è diventato lui.
Io invece – cambiando argomento e rispondendo all’altra tua domanda – mi sono dedicato, nel mio ultimo progetto da cantautore, a raccontare-decostruire un personaggio controverso e affascinante come Gabriele D’Annunzio (“Ultimo D’Annunzio”, La Stanza Nascosta Records, uscito la scorsa primavera). Tra poco uscirà YouTube la video-trilogia omonima, un cortometraggio composto da tre videoclip girati direttamente al Vittoriale degli Italiani, diretto da me in coppia col regista Chris Mazzoncini. Nei primi mesi dell’anno ricominceranno i concerti per “Ultimo D’Annunzio”, e naturalmente ci saranno le prime presentazioni del libro.