L’angolo di Michele Anselmi 

Lo dico. Penso che ai nostri registi di cinema faccia bene girare serie tv: perché lavorano su una “pezzatura” diversa, perché fanno i conti con un pubblico che non è lo stesso delle sale, perché è un bagno di realtà e umiltà, perché eviteranno di consultare ogni mattina i deprimenti dati Cinetel biasimando chi non va a vedere i loro film. Sono in tanti ad essersi riconciliati con la serialità, perfino Marco Bellocchio l’ha fatto con “Esterno notte”. Adesso tocca al livornese Francesco Bruni con “Tutto chiede salvezza”, tratto dal romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli, Mondadori, Premio Strega Giovani 2020. Sono sette puntate di circa 45 minuti l’una, dal 14 ottobre su Netflix, che coproduce con Picomedia.
Immagino che Bruni abbia trovato nel racconto di Mencarelli uno spunto per riconnettersi a quei temi legati al disagio giovanile già affrontati, sia pure in chiavi diverse, prima in “Scialla!” e poi in “Tutto quello che vuoi”. Trattasi, come va di moda dire oggi, di “dramedy”, cioè un mix di dramma e commedia, anche se le prime due puntate della serie, quelle ho potuto vedere, inclinano più verso il primo dei due elementi (il sorriso arriverà dopo).
“Dal dolore si può uscire, e uscire migliori. Anche nel momento più buio può fare capolino la speranza” teorizza Bruni, che ha avuto in passato seri guai di salute, tanto da farci sopra il film “Cosa sarà”. Qui la malattia è “mentale”, uso apposta le virgolette, nel senso che la serie ricostruisce una settimana nella vita del ventenne Daniele, sottoposto a sette giorni, tanti sono gli episodi, di Tso, il trattamento sanitario obbligatorio: da domenica al sabato successivo.
Se sulla pagina scritta tutto si svolgeva nell’agosto del 1994, la serie immerge la storia dell’Italia odierna. Dopo un sabato sera in discoteca, tra cocaina e alcol, il giovanotto si ritrova nel letto di un ospedale psichiatrico con vista sul faro di Anzio. Che cosa ha fatto di tremendo? Perché è lì con il consenso dei genitori? E perché, nel risvegliarsi con la mente confusa, qualcuno sta per bruciargli i capelli?
La stanza è spoglia e inospitale, con sei letti, tre per parte. Daniele non ricorda nulla (scopriremo presto che, tornato a casa, ha spaccato tutto e strattonato violentemente il padre); di certo non si capacita di dover stare lì per una settimana: scalpita, s’arrabbia, offende. E intanto si precisa il contesto nel quale dovrà muoversi: cinque “matti da slegare” diversi da lui ma anche un po’ simili; tre infermieri piuttosto ruvidi, due dei quali donne; due medici dall’approccio diverso, lui severo, lei più conciliante. Infine, nel reparto accanto, una ragazza, Nina, una “fashion blogger” assai stronza, reduce da un tentativo di suicidio, nella quale Daniele riconosce una ex amica di scuola.
Il titolo rimanda a una frase che trovo nel romanzo: “Una parola per dire quello che voglio veramente, questa cosa che mi porto dietro dalla nascita, prima della nascita, che mi segue come un’ombra, sempre stesa al mio fianco. Salvezza”. Da questo punto di vista Bruni, che firma la sceneggiatura con Mencarelli, Daniela Gambaro e Francesco Cenni, s’è tenuto incollato alla pagina scritta, ereditando da essa dialoghi e battute, situazioni e svolte. Naturalmente aumentano i personaggi femminili, un’infermiera adesso è di origine africana, e va benissimo. Meno bene, secondo me, va l’uso reiterato delle canzoni in inglese di Lorenzo Tomio (echeggia pure “Vent’anni” dei Måneskin). Mi chiedo ormai rassegnato: capiranno mai i nostri registi che quando i personaggi parlano sarebbe meglio non spalmare musica sopra la chiacchiera, a meno che non sia diegetica?
Avrete capito che dall’incontro tra il depresso/disperato Daniele e i cinque “svitati” con i quali condivide la stanza nascerà una solidarietà umana destinata a cambiare un po’ tutti, qualcosa che assomiglia a un’amicizia vera, condividendo la stessa zattera tra i flutti dell’esistenza.
Bruni conduce con la consueta sensibilità la partitura corale, girando perlopiù in interni per ovvie ragioni, pronto a cogliere il buffo che si annida nella tragedia, la strana dolcezza dei suoi personaggi scorticati. Se Federico Cesari, nei panni di Daniele, è rabbioso e vulnerabile quanto serve, anche il resto della compagnia non suona finta, e coi “matti” al cinema spesso succede: da Andrea Pennacchi a Vincenzo Crea, da Vincenzo Nemolato a Lorenzo Renzi, da Alessandro Pacioni a Fotinì Peluso; poi ci sono i “sani” tra i quali Filippo Nigro, Raffaella Lebboroni, Ricky Memphis, Lorenza Indovina, Massimo Bonetti, Bianca Nappi e numerosi altri.
Netflix punta molto sulla serie, a partire dalla sontuosa anteprima al cinema Moderno completamente “arredato” per l’occasione. Quanto a me, giuro che vedrò le altre cinque puntate da spettatore semplice, nella speranza che Daniele guarisca dall’insidiosa psicosi.

Michele Anselmi