A quattro anni da “Tutto Poe: Edgar Allan Poe – La camera pentagonale” esce, sempre per i tipi di Odoya, “Tutto Poe: Edgar Allan Poe – Il palazzo infestato” per un totale di 1000 pagine. Ne abbiamo parlato con l’autore, Franco Pezzini, e con Chiara Meistro, che ha firmato un contributo.

Parliamo del progetto di diffusione culturale alla base di questo imponente piano editoriale? 
Franco Pezzini: Volentieri, e grazie per l’attenzione. “Tutto Poe” nasce in realtà come corso nell’ambito dell’attività della Libera Università dell’Immaginario (di seguito LUI) a Torino. Come accennato in altra occasione, la LUI è sostanzialmente un centro studi che dall’autunno 2012 offre corsi – almeno per ora – gratuiti su opere-chiave dell’immaginario: per anni ho gestito le lezioni da solo, ora sono affiancato dall’eccellente iconografa Chiara Meistro, che mi supporta nell’attività anche organizzativa. Gli incontri, ospitati inizialmente in una scuola di lingue gestita dal regista Max Ferro (entro uno stabile sul sito – come poi è emerso – della leggendaria domus Morozzo in cui Nostradamus si sarebbe fermato durante il soggiorno torinese), si spostano in seguito per vari anni in un’enoteca-trattoria, e ora vengono tenuti nell’Antica Drogheria di via Assarotti, a Torino.
Tra i corsi finora organizzati, “Tutto Poe”, avviato nell’ottobre 2016 e giunto ora alle ultime puntate, rappresenta forse quello più complesso e vertiginoso, nel tentativo di mappare l’intera produzione (narrativa e poetica, più una panoramica sulla saggistica) di un autore tanto grande e prolifico. Parliamo di quattro stagioni ma in pratica cinque, per la brusca interruzione della quarta legata alla pandemia, a percorrere in ordine cronologico un’opera sconfinata, legata oltretutto in modo più o meno stretto agli eventi della biografia dell’autore – di cui occorreva dar conto.
Un’iniziativa sicuramente ambiziosa e (vista retrospettivamente) anche un po’ folle, ma insieme molto emozionante: e per l’avvio sono debitore dell’amica scrittrice Cristiana Astori – che a monte l’ha fortemente caldeggiata, sostenendola. Ovviamente il lavoro comporta un grosso impegno, perché nella produzione di Poe i testi cambiano forma in modo anche molto accentuato attraverso le varie pubblicazioni: per la prosa il fenomeno si attenua un po’ col tempo, per la poesia continua fino alla fine in un incessante lavoro di cesello. L’esame da noi condotto si basa sul rapporto tra la prima versione da lui edita e l’ultima, in genere identificabile con quella tradotta in italiano. Ma accanto a queste due, qualche volta è stato necessario considerare altre versioni, intermedie: un lavoro di collazione di enorme interesse e, come si potrà intuire, piuttosto complicato. Fondamentale in tutto questo è il materiale messo a disposizione sul sito della Edgar Allan Poe Society of Baltimore, e in particolar modo quello relativo all’edizione Mabbott.
E poi tutto – appunto – confluisce in volumi, in particolare quelli via via pubblicati nella sottocollana Odoya “I Classici Pop”, a mia cura: inviti alla lettura che cercano di indagare anche sotto testo le ragioni di un autore e di un’opera, restituire il sapore che potevano coglierne i primi lettori e per contro – potremmo dire, con opportuno “strabismo” – tentar di suggerire qualche “nuova” chiave dopo infinite letture e richiami transmediali, dalle trasposizioni su schermo fino magari ai videogiochi. Un’analisi comunque “a maglie strette” che per Poe è fondamentale, per cogliere tutto il sommerso di allusioni e richiami sotto testo, pena l’incomprensibilità di molti racconti: da cui una massa cartacea imponente. Attualmente, come ricordavi, sono usciti i primi due volumi della trilogia “Tutto Poe”, riguardanti rispettivamente l’età degli esordi (fino a “Ligeia”, volume 1 – “La camera pentagonale”) e ora appunto la stagione dei grandi racconti fantastici (“Casa Usher”, “William Wilson”, la “Rue Morgue”… eccetera, volume 2 – “Il palazzo infestato”). Il terzo e conclusivo sta attualmente “componendosi” con i testi del corso alle ultime puntate, ma penso che almeno per un paio d’anni non vedrà le stampe.

Chiara Meistro: Un aspetto che ci sembra di particolare interesse è il legame di Poe con l’illustrazione: se da un lato lui enfatizza la potenza della visione offerta dalla parola rispetto a quella che materialmente un artista può offrire, dall’altro stiamo comunque parlando dell’autore moderno forse più illustrato in assoluto. Quando Franco mi ha arruolato nella LUI, è stato particolarmente emozionante poter collaborare come primo lavoro su Poe, un autore che io amo molto, abbinando le mie competenze storico-artistiche alla passione per la letteratura. Nel corso delle serate di “Tutto Poe” questo si sviluppa in forma di interventi in cui sviluppo il discorso delle ricadute iconografiche dei singoli testi, mostrando e commentando alcune opere esemplari. Mentre qui nel volume ho affrontato l’analisi di quello che si può considerare il racconto-manifesto del rapporto di Poe con l’arte, “Il ritratto ovale”, attraverso l’esame di illustratori molto vari, dai più classici a quelli pop, tra l’Ottocento e i giorni nostri.

Poe è un classico assoluto, che fa addirittura parte delle letture “scolastiche” italiane, eppure la sua opera è oggetto di continui fraintendimenti, la sua conoscenza sconfina addirittura nel luogo comune, scrivevi nel primo volume… Forse non è questo il destino di tutti i grandi scrittori dall’immaginario potente come il suo?
F.P.: Sicuramente. Nel suo caso, però, con alcuni equivoci aggiuntivi: a partire dalla banalizzazione di Poe come autore tout court “de paura”, mentre gran parte della sua produzione è composta da testi grotteschi, satirici, burattineschi o francamente comici – dove, se vogliamo, raccoglie in qualche modo l’eredità di E. T. A. Hoffmann. D’altra parte a spingere il pedale su un Poe umbratile fino allo psicopatologico sono una serie di stereotipi che per anni la critica anche in Italia ha ricevuto senza filtri dal primo biografo Rufus Wilmot Griswold, ostile a Poe per motivi miserabili, e da una serie di altri corvi. Nonostante, va detto, un ampio corpus di testimonianze eccellenti che avevano cercato di difenderne la fama, è scattata la becera associazione moralistica tra autore nero e “inevitabili” vizi e follie. L’estrema cura formale dei testi di Poe sarebbe bastata a far capire che non si trattava di un banale alcolista, come per tanto tempo una versione stereotipata, di volta in volta ostile o patetizzante, ha cercato di sovrapporre al suo profilo. È vero che Poe in alcuni momenti particolarmente pesanti e tristi cede al demone dell’alcool, una del resto delle due grandi piaghe – assieme alla consunzione che spazza via tante persone a lui care – dell’America dell’Ottocento: ma tale non è genericamente la situazione lungo il corso della sua vita. Per non parlare delle altre infondate fantasie che circolano su un Poe dedito a sostanze stupefacenti.
La stessa abitudine in Italia a proporre Poe in antologie che non seguono criteri cronologici ma accorpano i racconti secondo il gusto dei curatori ha permesso l’equivoco di far pensare che Poe abbia scritto sempre le stesse cose. È vero che alcuni temi tornano, alcune costellazioni simboliche si ripropongono, eppure è possibile individuare fasi, stagioni con interessi abbastanza diversi e declinazione dei vari motivi in forme differenti – e comunque emerge il dipanarsi di una riflessione nel tempo. La funzione di un’opera come “Tutto Poe” è anche di guidare all’identificazione dei temi forti per mapparne l’evoluzione e progressiva trasformazione.
Certo, Poe può apparire politicamente scorrettissimo: le sue frecciate contro la democrazia, la sua simpatia per gli ambienti culturali schiavisti sono comprensibili attraverso il profilo di un gentiluomo del Sud (quale lui appare o si atteggia) preoccupato oltretutto – anche comprensibilmente – della propria sussistenza più che di battaglie ideali. Per nostra fortuna, i piccoli manipolatori italioti che hanno cercato con qualche successo di rendere Lovecraft una bandiera ideologica non si sono azzardati a strumentalizzare Poe, già studiato criticamente nelle accademie e dunque sottratto alle scorciatoie banalizzanti dei critici fai-da-te. Ma merita ricordare che in caso come nell’altro le tanto strombazzate tesi politiche sono spesso meri brontolii di autori interessati a tutt’altro: non maestri insomma di politica ma di scrittura.
Il problema sta però anche in un altro aspetto cui accennavo: mentre sull’Inghilterra vittoriana il pubblico pop gode di robuste conoscenze almeno in chiave di vulgata, attraverso produzioni su schermo e un revival anche estetico di modelli, la polverosa America di Poe – quella delle città dell’Est nel primo Ottocento, con i loro affaristi più o meno loschi, le cerchie di poeti e le redazioni dei giornali dove volano penne e coltelli – è un panorama i cui riferimenti sfuggono in gran parte ai nostri lettori. Poe infarcisce i racconti di continui ammiccamenti a un mondo di vivaci polemiche culturali e giornalistiche che oggi sarebbero ampiamente dimenticate – con gran parte dei relativi protagonisti, amici o nemici giurati del Nostro – se non venissero richiamate dai suoi biografi… o dagli studiosi, ovviamente, di editoria americana dell’Ottocento, che però difficilmente interessa il pubblico pop nostrano.
E ancora: per enfatizzare le suggestioni, Poe attinge largamente – e con grande disinvoltura, non scevra da errori – a dati enciclopedici ed eruditi, con un approccio che lui stesso provvede a caricaturare nel gustoso dittico sull’antieroina Psyche Zenobia, “Come scrivere un articolo alla Blackwood” e “Una situazione imbarazzante”. Questa valanga di citazioni imporrebbe lunghissimi corpi di note: il vantaggio di presentare le opere, come in “Tutto Poe”, andando a sgattare sotto testo, è di permettere l’emersione e la comprensione una serie di giochi, di simbolismi, di paradossi intessuti nelle opere, e che altrimenti andrebbero perduti.

Cosa ci sfugge dell’essenza più profonda della sua letteratura e quale è la chiave interpretativa che proponi per questo secondo volume di “Tutto Poe” che analizza il fantastico puro e la costruzione delle basi del racconto poliziesco?
F.P.: Il primo volume mappava gli anni in cui Poe sta misurandosi con forme letterarie e suggestioni diverse: una fase insomma, potremmo dire, di formazione. Il secondo vede il recupero in forma più ampia, matura e problematica dei fili individuati in precedenza, trasposti ora in una serie di grandi racconti fantastici destinati a cambiare il nostro modo di sognare: vere e proprie parabole simboliche e oniriche. Dove appaiono, come rotanti al battere delle ore dallo sportello di certi orologi delle torri campanarie tedesche, alcune immagini archetipiche in continuo ritorno ma assortite via via con variazioni. E un nodo fondamentale anche per Poe – come per tanti altri autori fantastici lungo tutto l’Ottocento e il Novecento, ma in lui con un peso particolare – è quello dell’identità e delle sue crisi e perturbazioni, delle ombre e dei rovelli derivati, del rapporto con l’amare e l’essere amato. Qualcosa che apre a un’intera costellazione di declinazioni (il doppio, la rifrazione, il ritratto vampiresco, il dubbio sullo statuto vivo/morto legato anche ai seppellimenti prematuri, la vita senziente di altri ordini creaturali, eccetera) e a un continuo gioco di maschere sull’uomo come libro maledetto che non si lascia leggere. Non è un caso che il suo epistolario riveli un volto tanto sfuggente, in una continua autofiction: nell’impossibilità di ritrovarsi nelle identità socialmente riconosciute di un’America rampante, Poe fa saltare il tavolo e ridefinisce coordinate in una ricerca inesausta della Bellezza, di un rapporto per lui più convincente tra istanze interiori e scienza, di una continua polemica con i feticci di moda. Da istrione con il sangue da attori mette dunque in scena vere e proprie strutture teatrali, come la magione sinistra (eventualmente destinata al crollo) a trasfigurare la villa Moldavia del patrigno nella sua infanzia; da uomo-libro sigillato nel proprio mistero vi allestisce fantastiche biblioteche di libri arcani che a dispetto di un’esistenza storica sfumano in pseudobiblia; e soprattutto utilizza figure che tornano come maschere indefinitamente riproposte o attori d’una compagnia di repertorio. In particolare il rondò di tre figure che possono comparire insieme come in “Casa Usher” o invece essere disgiunte. Di queste, due sono uomini, spesso un personaggio visionario od ossesso (da Roderick Usher al vecchio di “L’uomo della folla”) e un altro ostentatamente razionale, a loro volta ascrivibili a una dinamica di doppio polare; la terza figura è la donna che torna – ben rappresentata nella prima produzione, ma in questa seconda fase inserita in meccanismi narrativi più complessi.
Ed è proprio attraverso il personaggio istrionicamente razionale (una sorta di autoritratto compiaciuto del Poe che decifra linguaggi in codice e più avanti arriverà a vagheggiare attraverso un esercizio razionale il Big Bang in “Eureka”) che il Nostro sviluppa ne “I delitti della Rue Morgue” un tipo diverso di storia nera, dando nei fatti origine a un nuovo genere, il poliziesco: certo, la “Rue Morgue” è una storia ancora fortemente gotica, ma il meccanismo del caso da risolvere enfatizza nodi diversi della trama rispetto all’orrore gotico puro. D’altra parte i racconti sviluppano con sempre maggior frequenza anche un’altra provocazione, che si è scelto di chiamare “Animal Gothic”: nelle storie prendono cioè a comparire una serie di figure animali dai connotati perturbantemente umani (come l’orango della “Rue Morgue”) o di finti animali che sono uomini travestiti. Si torna insomma, a ben vedere, al tema-chiave dell’identità: qualcosa che (torniamo a dire) figura tra le inquietudini d’epoca, ma che nel caso di Poe finisce col cifrare un più ampio spettro di suggestioni.

Parliamo di cinema, non a casa il volume è dedicato a Vincent Price. Risulta interessante notare come Poe, più che oggetto di fedeli adattamenti cinematografici, sia stato ispiratore di pellicole entrate nel nostro immaginario nero; probabilmente ad essere riproposto sono più il suo orizzonte di suggestioni e i suoi temi che le sue storie… Siamo di fronte ad un’opera che non è possibile tradurre in un medium diverso? 
F.P.: Allora, forse non parlerei di impossibilità perché splendide trasposizioni esistono fin dal tempo del muto: si pensi solo a “La Chute de la Maison Usher” di Jean Epstein, 1928, in 61 minuti, dunque non brevissimo. Ma hai ragione a evidenziale la complessità dell’operazione: proprio la tendenziale brevità dei racconti di Poe rappresenta un problema per le trasposizioni cinematografiche – e invece spiega l’ondata di cortometraggi e trasposizioni televisive brevi. La stessa natura di prosa poetica di tanti testi di Poe rischia uno svilimento in trasposizioni che si esauriscano nella messa in scena di nudi fatti… Però tornerei al problema di un linguaggio. Una delle linee di fondo di questa nostra lettura è la ricerca del Poe teatrale: figlio di attori, autore di un unico testo per il teatro (mai completato anche perché probabilmente non amato troppo, il “Poliziano”) il grande gigione Poe mostra spesso nei suoi racconti un passo teatrale – fin dalla prima produzione – ed è affascinante indagarne la messa in scena attraverso le figure/archetipi di cui sopra, in particolare i tre profili emblematici evocati. In più occasioni, il lettore attento può cogliere un loro virtuale muoversi sul palcoscenico, comparire dal buio sullo sfondo, presentarsi in primo piano al pubblico.
Però non è solo questione di maschere e spazi teatrali, ma di toni. Il sogghigno istrionico di Poe è a volte metatestuale, a volte giocato sul paradosso, a volte esplicitato nel testo: e per esempio il gioco evidente nei film di Corman, che critici troppo letteralisti accusano di essere smaccatamente infedeli, attraverso la recitazione istrionica di Price dice in realtà moltissimo dello spirito di Poe.
Se dunque sussistono oggettive difficoltà, è però vero che Poe continua a ispirare opere con altri e specifici linguaggi – che in apparenza sacrificano la sua attenzione alla parola cesellata. Pensiamo alla musica, e all’efficacia che opere ispirate a Poe indubbiamente svelano, a prescindere dalla presenza di un libretto di testo. O anche all’altro medium su cui accennavamo, l’illustrazione nelle sue varie forme. Qui mi piace in particolare ricordare un’artista che abbiamo conosciuto proprio in occasione dei corsi LUI, la pittrice torinese Elisa Lo Presti, che ha prodotto varie opere proprio attingendo a Poe e di cui abbiamo inserito qualche bella tavola. E, per competenza, passo la risposta a Chiara.

C.M.: Sì, ha ispirato infiniti artisti (pittori, incisori, fumettisti…) e nel mio contributo in calce ho cercato di dar conto di come si sono misurati con un racconto emblematico come Il ritratto ovale, attraverso un percorso tematico che seguisse i momenti chiave della narrazione. Si tratta infatti di un testo che gioca a più livelli sull’esperienza visiva attraverso la dimensione e l’espressività pittorica, sia nelle dettagliate descrizioni ambientali, sia nell’andamento della trama – articolata in due parti essenziali, corrispondenti rispettivamente al momento della ricezione del quadro fatale, con tanto di notazioni stilistiche, e a quello del processo creativo che lo ha visto nascere. La grande profusione di suggestioni artistiche che Poe riesce a racchiudere nelle poche pagine di questo racconto ha quindi fornito agli illustratori un’ampia varietà di stimoli per una trasposizione visiva, ora con toni più morbidi, ora invece con provocazioni raggelanti; ora con soluzioni più aderenti al testo, ora con un ventaglio di rielaborazioni più libere e originali, ma che onorano comunque l’opera di partenza. Anche attraverso il piccolo logo ricorrente in testa ai capitoli del nostro volume – scenetta ideata da Martin Van Maële proprio per la conclusione del “Ritratto ovale” – ci è piaciuto sottolineare ancora una volta il peso e la potenza di questa dimensione visiva che permea gli scritti di Poe, tanto importante per l’impatto visionario e per l’accoglienza presso il grande pubblico.