L’angolo di Michele Anselmi 

Piuttosto snobbato dai critici alla recente Mostra di Venezia, dov’era tra i fuori concorso, giovedì 4 novembre arriva nei cinema italiani con Universal “Ultima notte a Soho”. L’ha scritto e diretto il britannico di Edgar Wright, classe 1974. Strano film, per cinefili ma non solo, ricolmo di spunti e suggestioni, a suo modo frastornante, allucinato, parecchio “al sangue”. “La nostalgia può essere pericolosa, trascorrendo troppo tempo a guardarsi indietro si potrebbe non riuscire a scorgere il pericolo davanti a noi” scrive il cineasta presentandolo.
Un po’ quanto succede alla giovane Eloise “Ellie” Turner che dal natio paesino della Cornovaglia, dove vive con la nonna, si trasferisce a Londra, grazie a una borsa di studio, per diventare stilista, anzi “fashion designer”. Lei detesta la contemporaneità, vive idealmente piantata nella Londra anni Sessanta (abiti, pettinature, canzoni, colori, arredi), e proprio dalle parti di Soho, un tempo così mitizzato, trova una stanza in affitto presso un’anziana signora.
La fascinazione è così forte da sconfiggere il muro del tempo o quasi, sicché la ragazza, dopo un sogno, si ritrova proiettata nel 1966, lo capiamo perché è appena uscito “007 – Operazione Tuono”, scoprendo nella sensuale e biondissima Sandie una sorta di onirico alter-ego. Ma presto le cose, tra presente e passato, prendono una brutta piega, anche perché quella stanza, sulle prime rassicurante, custodisce un atroce segreto.
Siamo in zona thriller psicologico, e naturalmente il film bluffa un po’, ma senza barare: la mamma di “Ellie” morì suicida anni prima a causa di gravi disturbi mentali, e la maledizione sembra ripetersi.
Il film è una calda lettera d’amore nei confronti della “swingin’ London” e insieme il ritratto tenebroso, pure sanguinario, dell’altra faccia di quella rosea visione. Tutto spiazzante, fantasioso, esagerato. Si strizza l’occhio al cinema horror e pop della casa Hammer, ai volti deformati di Bacon, ai coltelli di Hitchcock, Petula Clark canta “Downtown” e Sandie Shaw “Puppet On a String”, vecchie cine-glorie come Diana Rigg, Terence Stamp e Rita Tushingham partecipano al gioco sempre più macabro. Il tutto sotto lo sguardo delle due giovani protagoniste dai destini intrecciati, che sono le azzeccate Thomasin Harcourt McKenzie e Anya Taylor-Joy (sì, proprio lei che fu “la regina degli scacchi”).

Michele Anselmi