L’angolo di Michele Anselmi

Capisco il senso dello strillo di lancio, ma credo che non renda un gran favore a “Un anno con Salinger” il paragone con “Il diavolo veste Prada”, benché le dinamiche psicologiche siano, a prima vista, le stesse. In ogni caso bene ha fatto Academy Two ad acquistare e distribuire, da giovedì 11 novembre, la commedia del canadese Philippe Falardeau, che fu regista del pregevole “Monsieur Lazhar”.
Il Salinger del titolo (mi raccomando, la “g” è morbida) è proprio lui: Jerome David Salinger (1919-2010), lo scrittore americano che si allontanò da tutto e tutti per seppellirsi nella rurale Cornish, così finendo con l’alimentare un notevole culto personale. Alla base del film c’è un libro autobiografico, pubblicato nel 2014 da Joanna Rakoff, lo trovate con Neri Pozza, e proprio Joanna, interpretata con grazia e freschezza da Margaret Qualley, è la vera protagonista della vicenda.
Autunno 1995: la 23enne Joanna con esperienze di studio a Londra viene presa alla “Harold Ober Assocites”, una delle più prestigiose agenzie letterarie newyorkesi, per svolgere un lavoro da assistente, ma nei fatti fa la segretaria. Lei, che sognava di scrivere poesie, si ritrova a leggere e cestinare le lettere inviate dai fan sperticati all’autore del “Giovane Holden”. La risposta, battuta a macchina su carta intestata, è sempre la stessa: “Come forse saprà, il signor Salinger non desidera ricevere posta dai lettori, quindi non possiamo inoltrargli il suo cortese messaggio…”. Joanna, che già molto ha letto nella sua breve vita ma non quel romanzo epocale, non ci sta: interpretando a modo suo l’incarico ricevuto, comincia, in segreto, a rispondere alle lettere degli “holdeniani” pazzi, perché tutto risulti meno freddo.
Naturalmente, ecco il riferimento a “Il diavolo veste Prada”, Joanna si trova a misurarsi con una capa autoritaria, Margaret, non più giovane ma bella ed elegante, dalle fiezze bianche sui capelli, amica personale di “Jerry”, appunto Salinger. Le due non si prendono all’inizio, l’imperiosa direttrice vuole relegare l’aspirante scrittrice a quel lavoro burocratico, ma vedrete che strada facendo il ghiaccio si scioglierà e mi fermo qui.
Tutto prevedibile? Non proprio. Pur muovendosi dentro binari classici, tra piccole umiliazioni e sortite liberatorie, “Un anno con Salinger” ha il pregio di non rinchiudersi nello scontro tra le due donne. Falardeau si distacca via via dalla dimensione realistica in senso stretto, lasciando affiorare il mondo interiore di Joanna, i suoi guai sentimentali con uno scrittore troppo preso da sé e dalle sue storie di sesso, dando un volto ai buffi o frustrati “holdeniani” che scrivono lettere, perfino allestendo un balletto nella hall del prestigioso hotel Waldorf-Astoria, su tinte arancioni; e in fondo non stona, sapete forse come poco io ami i balletti estemporanei al cinema,, perché custodisce un sapore di malinconica separazione.
Ne esce il ritratto fervido di una giovane donna che non corrisponde al look professionale esibito: capelli raccolti a cosa di cavallo, gonna e maglioncino da ragazza per bene, un po’ stile Sylvia Plath allo “Smith College”. Joanna è gentile e brillante, sa come farsi apprezzare, gestisce con cura le trattative per l’inattesa pubblicazione con un piccolo editore di un inedito di Salinger, ma si capisce che l’agenzia letteraria è solo un rito di passaggio, verso altre lidi: la scrittura, magari “The New Yorker”.
Nel film si chiacchiera di Donald Westlake, Agatha Christie e Kurt Vonnegut, viene citato spesso il mitico Algonquin che negli anni Venti ospitò un mitico cenacolo letterario, ma le strizzatine d’occhio servono, mi pare, a definire l’indole e il carattere di Joanna, quel suo incedere nella vita con grinta dolce, tanto da guadagnarsi la simpatia anche dell’invisibile divo “Jerry”.
Di Margaret Qualley, figlia di Andie McDowell e nota per la serie “Maid”, s’è detto: specie in lingua originale, la sua Joanna è la vera forza del film; quanto a Sigourney Waver, nei panni dell’odiosa Margaret con toni da Laureen Bacall, scopriremo che anche il suo personaggio un po’ recita.

Michele Anselmi