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Un bambino ebreo nel catalogo degli orrori scatena il fuggi fuggi

La Mostra di Michele Anselmi | 9

Cos’è il sadismo al cinema? Esiste un sadismo “buono”, che rivela un mondo, e uno “cattivo”, che disturba soltanto. Fino a dove ci si può spingere, nella rappresentazione della ferocia, per evitare il fuggi fuggi degli spettatori, com’è successo qui al Lido alla proiezione stampa di “The Painted Bird”? Il regista ceco Václav Marhoul, classe 1960, aveva solo cinque anni quando lo scrittore polacco Jerzy Kosinski, quello di “Oltre il giardino”, rievocò nel romanzo in questione, a lungo censurato in patria, l’infanzia atroce di un bambino ingurgitato dalla Seconda guerra mondiale, esposto alle sofferenze più indicibili, eppure capace, per grinta e determinazione, a salvare la pelle. Chi fosse incuriosito può leggere il libro, edito in Italia da Minimum Fax col titolo “L’uccello dipinto”; ma certo vedere sul grande schermo quel catalogo di situazioni orribili, quasi un incubo prolungato, fa la differenza.

In concorso alla Mostra, il film di sicuro non cerca il facile consenso: dura quasi tre ore, è girato in bianco e nero, diviso per fitti capitoletti, ciascuno con il nome di un personaggio, e non si direbbe che la presenza di attori famosi in partecipazione speciale, da Harvey Keitel a Udo Kier, da Stellar Skarsgärd a Julian Sands, peraltro doppiati, possa garantire la vendita internazionale. O forse sì, vai a sapere.

La via crucis del bambino, di cui solo alla fine sapremo il nome in un epilogo che induce alla speranza, è narrata con lucida freddezza, senza fronzoli, semmai con una certa prevedibilità. Nascosto dai genitori ebrei in una catapecchia rurale battuta dal vento gelido, il ragazzino fa appena in tempo a veder morire per infarto la “zia” adottiva Marta che già lo pestano di brutto, trattandolo da “vampiro” e da “seme del diavolo”. Ha gli occhi scuri, i capelli neri, parla poco, è diverso dai contadini del posto, facili alle superstizione e decisamente antisemiti. Comprato da una zingara, sarà frustrato, beccato sulla testa dalle cornacchie, consegnato alle SS, stuprato prima da un uomo che pareva timorato di Dio e poi da una campagnola ninfomane che si accoppia con le capre, buttato nei liquami, infine salvato dai sovietici ma subito avviato in un turpe riformatorio. E intanto, per non farsi mancare nulla, vede occhi strappati dalle orbite, donne uccise con bottiglie inserite nella vagina, ebrei mitragliati, un uomo divorato dai topi, villaggi messi a ferro e fuoco dai cosacchi filo-nazisti (sembra una scena di “Soldato blu”), e via soffrendo.

L’idea del film, pare di capire, consiste nel mostrare l’impavida imperturbabilità del ragazzino costretto a farsi di gomma per sfangarla. “Occhio per occhio, dente per dente” gli insegna il cecchino sovietico che lo prende a ben volere; lui applicherà alla lettera il comandamento.

Non so come il regista sia riuscito a gestire il piccolo Petr Kotrál in mezzo a tutte quel catalogo di nequizie e nefandezze, molti hanno chiuso gli occhi o se ne sono andati; io sono rimasto fino alla fine, un po’ infastidito, ma curioso di sapere dove il film sarebbe andato a parare.

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Dal molto lungo al molto corto. Anche se i 76 minuti di “Sull’infinito” sembrano davvero infiniti. Lo svedese Roy Andersson è lo stesso che nel 2014 vinse a sorpresa il Leone d’oro con “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”; cinque anni dopo ci riprova, ma il suo, nonostante il titolo altisonante che sembra alludere ai rovelli di Leopardi, Spinoza e Giordano Bruno, è solo un filmetto. La voce narrante di una specie di Sherazad introduce con una formula fissa, “Ho visto…”, uomini e donne congelati in sketch vagamente surreali, su tinte giallastre-tristi ma con accensioni buffe, alla maniera del cineasta. Ci sono, tra i tanti, un sacerdote che beve il vino della comunione e sogna di essere crocifisso perché ha perso la fede, una coppia che vola su una Colonia devastata dalla guerra, un dentista che molla il paziente perché non vuole l’anestesia, una manager che non sa provare vergogna, tre fanciulle che ballano fuori di un caffè, pure Hitler nel bunker un attimo prima di spararsi. Dice il regista: “È stato il mito greco a ispirarmi, a farmi unire tutte queste scene”. Avrebbe fatto meglio a dire: scenette.

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Meglio il terzo film in gara oggi, quel “Guest of Honour” di Atom Egoyan. A quattro anni da “Remember”, il cineasta armeno/canadese torna con una storia delle sue: un thriller familiare, tra caleidoscopico e malinconico, nel quale ciascuno custodisce un segreto, un torto subito o inferto. La vicenda ruota intorno a un padre e a una figlia: lui, Jim, è uno zelante ispettore sanitario, vedovo, che controlla le condizioni igieniche dei ristoranti; lei, Veronica, una bella insegnante di musica, pure compositrice, reduce da un lungo periodo di prigione. Perché è finita dentro? E che cosa nasconde?

Bisogna vedere il film, che parte con Veronica, di nuovo libera, intenta a parlare col bel prete per preparare i funerali del padre appena scomparso. L’andirivieni temporale, un po’ macchinoso ma ben condotto, svela a poco a poco una lunga stagione di incomprensioni, meschinità, “non detti” e sospetti, mentre affiora un lato poco commendevole del carattere di Jim.

David Thewlis e Laysla De Oliveira sono i due protagonisti, piuttosto ambigui, o forse solo trascinati in una spirale dolorosa che gli eventi non permettono di dipanare; Luke Wilson fa il prete che tutti vorremmo conoscere. Non manca l’omaggio affettuoso alla comunità armena, in compenso ci sono un po’ troppi finali.

Michele Anselmi

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