La Mostra di Michele Anselmi | 2

“Rubare e non comprare, sparare e non parlare”: diciamo che il protagonista di “White Noise”, da un certo punto in poi della vicenda cessa di essere il tranquillo prof universitario noto per alcuni studi approfonditi sulla figura di Hitler, nonostante egli non parli il tedesco. Alla base c’è l’omonimo romanzo di Don DeLillo pubblicato in patria del 1985 e in Italia nel 2005 col titolo “Rumore bianco”; anche Barry Sonnenfeld avrebbe voluto estrarne un film, c’è riuscito invece, con Netflix, il collega Noah Baunbach, molto venerato dai filmofagi, qui al Lido in concorso nel 2019 con “Storia di un matrimonio”. Il cineasta newyorkese racconta di aver visto in quella storia, letta sul finire degli anni Ottanta, uno spunto ideale per “fare un film folle come il mondo che mi appariva”. Il Covid ha fatto il resto, nel senso di fornire un ulteriore tirante drammaturgico, in bilico tra disastro su larga scala e persistenza della speranza.

Purtroppo il film non mi pare una riuscita: troppo lungo, quasi 140 minuti; assai verboso nonostante sia stato pensato su più registri, un po’ apologo sul caos, un po’ satira sulla famiglia, un po’ commedia nera sulla paura di morire. Un eccesso di suggestioni che nemmeno due attori di talento come Adam Driver e Greta Gerwig riescono a pilotare.

Siamo negli anni Ottanta, in un bucolico college dell’Ohio. Gladney e la sua quarta moglie Babette, detta “Baba”, vivono circondati dai quattro figli avuti da precedenti relazioni. L’uomo è stimato e gentile, ma qualcosa agita la sua esistenza, strada facendo anche il viso si modifica in chiave minacciosa: si direbbe un senso di morte che grava sulle giornate, con contorno di incubi notturni (un uomo con una vistosa cicatrice sulla mano destra) e frustrazioni sessuali. Anche per questo tutti cercano al mercato nero un farmaco misterioso chiamato “Dylar”, forse capace di alleviare la paura della fine.

Un sentore di Assurdo tendente all’Onirico avvolge il quadretto familiare; ma il peggio deve ancora venire: un’enorme nube tossica, scaturita un incidente ferroviario, costringe tutti gli abitanti di Blacksmith a scappare con la mascherina in faccia che la minaccia svanisca. Non resta che trovare rifugio a “Camp Daffodil”, in aperta campagna, dove la paranoia degli evacuati non tarderà a manifestarsi in forme inquietanti…

Leggo che il titolo farebbe riferimento al “rumore bianco” prodotto dal consumismo, dai media, dalle masturbazioni mentali, dalle tecnologie della comunicazione e dalla riduzione dello spazio privato. Sarà. Baumbach gira un film più scombinato che controllato, ricolmo di digressioni inutili (la Chevrolet station-wagon che scivola sul fiume e si rimette in moto come niente fosse), parallelismi insensati (Elvis affiancato a Hitler), teorie bizzarre da metacinema (gli incidenti stradali nei film hollywodiani come esplosione di gioia anche se i personaggi muoiono). La cronaca registra qualche applauso dei tifosi, ma francamente avrei scelto un film più bello per aprire la Mostra. I titoli di coda ambientati in un enorme supermarket, quasi un balletto ironico e coloratissimo, forse sono la cosa migliore di “White Noise”. Perché il supermarket? Sarebbe “un luogo saturo di onde, radiazioni, lettere e numeri, voci e suoni in attesa di essere decodificati” teorizza nel film un profeta dell’Apocalisse postmoderna. Credergli?

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Nel primo giorno della Mostra tocca subito a un italiano: Roberto De Paolis, classe 1980, già regista di “Cuori puri”, chiamato ad aprire la sezione competitiva Orizzonti con “Princess”. I titoli di testa sono spiazzanti, con quella grafica all’antica, da favola di principesse; ma capiamo subito che la Princess in questione non aspira al principe azzurro.

Short aderenti, parrucca rosa e mercanzia in vista, Princess è una diciannovenne nigeriana, clandestina, che fa la prostituta nella pineta di Ostia. Il bosco è tutt’altro che incantato, anche se lei sa muoversi con abilità tra quegli alberi, dove si vende in piedi, in media per 20-30 euro (“bocca fica” dice in italiano a chi la cerca, per il resto parla uno strano inglese da slang africano).

Una volpe investita da un furgone può diventare una cena da consumare che le amiche, tutte prostitute navigate, in una specie di baraccopoli ai margini di Ostia. Ma Pasolini non c’entra. Per sopravvivere, Princess deve ogni giorno schivare pericoli e sentimenti, fiutare l’odore dei soldi e raggirare i clienti, mostrandosi dura, tosta, sarcastica.

Il film ha un andamento curioso, tra toni da commedia e situazioni minacciose. De Paolis pedina Princess nelle sue giornate fitte di incontri anche buffi: il gagà fiorentino in Ferrari, il trentenne col casco in testa che le scruta in bocca temendo malattie, il vecchio spilorcio che detesta il figlio, il tassista furbacchione che sembra imbranato e invece tira un brutto scherzo alla poveretta… Poi c’è Corrado, che cerca funghi per il sugo e porta a spasso il cane. Princess lo provoca perché accetti il servizietto e paghi; ma lui sembra timido, reticente, ogni volta trova una scusa. Chissà che, strada facendo, tra i due non possa nascere qualcosa di diverso, di tenero. A che prezzo per lei?

Nato dalle confessioni di alcune ragazze nigeriane, “Princess” si muove tra realtà degradata e racconto lirico di un’umanità ferità, ma senza pietismo, a tratti con cruda osservazione. Ha ragione De Paolis: “Aggrappata al proprio candore, lei cerca di resistere alla ferocia del mondo”, come protetta da un sortilegio ancestrale che però forse non resisterà alla prova di un sentimento. Non c’è lieto fine, anche se – confesso – mi sarebbe piaciuto.

Glory Kevin incarna Princess con naturale esuberanza, facendone un personaggio in bilico tra cinismo autoprotettivo e fantasie romantiche; Lino Musella, il nuovo “prezzemolo” del cinema italiano, attribuisce a Corrado le giuste sfumature da maschio fragile e premuroso, appena inquietante; tra i clienti coloriti emergono Salvatore Striano e Maurizio Lombardi. Uscirà targato Lucky Red, producono Young Films e Indigo con Rai Cinema.

Michele Anselmi