L’angolo di Michele Anselmi 

Léa Seydoux, 37 anni, è la plastica dimostrazione della differenza di mentalità che passa tra un’attrice di successo francese e un’omologa italiana. Ha girato kolossal hollywoodiani, anche due 007 con Daniel Craig, viene da una gloriosa famiglia di produttori transalpini, ma non se la tira, è brava e non ha bisogno di ribadirlo, sceglie con cura i film da fare, anche piccoli e d’autore. Come questo “Un bel mattino” di Mia Hansen-Løve che da giovedì 12 gennaio, ovvero domani, è nelle sale con la benemerita Teodora Film.
Verrebbe da citare il titolo originale di un vecchio film di Claude Sautet, “Les choses de la vie”, per questa storia scritta e diretta dalla 41enne regista parigina. Già: che cosa sarebbe la vita, ad ogni età, senza l’amore, il lavoro e la salute (anche dei nostri cari)? Ecco, allora, la vicenda di Sandra. Vedova, un po’ sotto i quaranta, madre di una bambina di otto anni, sempre in jeans e maglioncini, capelli corti alla maschietta, fa la traduttrice dividendosi tra impegni professionali (la vediamo anche in una commemorazione franco/americana in Normandia) e l’accudimento del padre, illustre prof di filosofia che sta perdendo la ragione e presto non potrà più restare da solo in casa. Atrofia corticale posteriore, detta anche “Sindrome di Benson”.
Il film, girato a luce naturale, senza abbellimenti di sorta, con piglio realistico, pedina gli impegni della giovane donna, quasi murata viva in quella condizione. “Ho l’impressione che per me l’epoca dell’amore sia finita” confessa all’amico Clément, un cosmochimico sempre in giro per il mondo, da poco tornato a Parigi. Non si vedono da anni, lui ha una moglie e un figlio, ma presto finiscono a letto insieme e nascerà un rapporto intenso, molto carnale, certo tormentato.
“Come ha fatto un corpo come il tuo a restare addormentato per così tanto tempo?” chiede infatti Clément alla sua amante, incerto sul da farsi, e intanto la moglie l’ha buttato fuori di casa; mentre Sandra, insieme alla sorella, vincendo il cinismo un po’ da “gauche caviar” dell’ex moglie di papà, deve sbattersi da una clinica all’altra di Parigi per trovare una stanza decente nella quale sistemare il vecchio prof assente e confuso.
Chiunque abbia avuto un genitore consumato dall’Alzheimer e dintorni sa che cosa significa vederlo perdersi in una sorta di oscurità trasparente, sempre più fragile e smarrito, fino a che non riconoscerà più nessuno. La regista, citando Kierkegaard in modo non peregrino, parla certo di sé e di suo padre Ole, morto nel 2020, in questo film dolente e sensibile, attento a non addolcire gli eventi, venato di un romanticismo (desiderio, palpiti, timori) tenuto sotto controllo.
Il senso del titolo, “Un bel mattino”, sarà spiegato verso la fine, quando i pezzi del puzzle, come talvolta accade nella vita, torneranno a posto, almeno per un po’, lasciando sperare in una pausa serena, diciamo di quieta felicità. Mia Hansen-Løve ricostruisce, con tocco fresco, momenti ora festosi ora asprigni, la sceneggiata natalizia per i bambini sull’arrivo di Babbo Natale o la divisione della ricca biblioteca paterna.
L’uso della musica è discreto, non si sente mai la colonna sonora quando i personaggi parlano (l’opposto di quanto accade nei film italiani), e gli interpreti s’intonano al racconto borghese, recitando con naturalezza, senza sottolineature particolari. Léa Seydoux è davvero magnifica, così senza trucco, talvolta nuda, in bilico tra la riscoperta del sesso, le incombenze materne e le penose visite in ospedale; ma non sono da meno, trovo, Melvil Poupaud, Pascal Greggory, Nicole Garcia e Camille Leban Martins, rispettivamente nei panni di Clément, il padre malato, l’ex moglie e la figlioletta.
Il film è stato doppiato bene in italiano, ma se lo trovate in francese coi sottotitoli, be’ francamente è meglio: tutt’altra verità.

Michele Anselmi